In risposta all'articolo di Lucio Caracciolo, sempre sulle pagine della rivista Rinascita, Giuliano Amato, vice-presidente della Convenzione Europea, propone un'analisi storico-politica per guardare al futuro del'Unione Europea.
Ha scritto il più grande studioso del federalismo,
Daniel Elazar, che gli europei sono inesorabilmente malati
di statalismo e hanno perciò stesso difficoltà
a ipotizzare una organizzazione pubblica funzionante e democratica,
se non all'interno delle categorie concettuali dello stesso
statalismo. Elazar imputa questa peculiarità europea
all'influenza della Chiesa cattolica, nella quale vede la
matrice dell'organizzazione verticale e gerarchica, dove
il potere è uno, deve essere tendenzialmente esclusivo
e si decentra dall'alto verso il basso avvalendosi della
sussidiarietà come emolliente. C'è della cattiveria
nella visione che Elazar offre della sussidiarietà,
giacché le elaborazioni che ne offrono gli studiosi
cattolici la fondano sul principio della collocazione del
potere il più vicino possibile ai suoi destinatari,
mentre Elazar ne parla come di un espediente inventato per
allentare il centralismo della Chiesa.
Al di là comunque del peso di questa matrice, è
un fatto che dopo la pace di Westfalia, a metà del
XVII secolo, due strade si aprirono davanti ai sanguinanti
protagonisti della Guerra dei Trent'anni per dare ordine
ai loro territori: quella teorizzata da Bodin, volta allo
sradicamento dei poteri periferici ed alla loro concentrazione
in un'unica sede del (al singolare) potere pubblico, lo
Stato, legittimato dalle sue stesse ragioni; e quella, figlia
del riformismo protestante, teorizzata da Althusius, che
non il potere, ma i poteri li faceva scaturire da moduli
di intesa fra le varie comunità, li distribuiva su
questa base fra diversi livelli e li rendeva per ciò
stesso permanentemente responsabili e, se non revocabili,
di sicuro modulabili sia nelle direzioni che nell'intensità.
Prevalse Bodin nel continente europeo, dove solo la Svizzera
dette ospitalità alle idee di Althusius, che avrebbero
dovuto attraversare l'Oceano Atlantico per poi trovare nuovi
adepti. E noi avemmo la nostra crescita civile, il nostro
passaggio dalle società elitarie alle società
di massa, la nostra tensione tra totalitarismi reazionari
e (ricerche) della democrazia di massa allíinterno
dello stampo statalista; che certo è venuto cambiando
in questi vari passaggi, ma è rimasto al fondo ancorato
agli stessi principi: il potere (almeno quello delle cosiddette
scelte fondamentali) è rimasto al singolare, la partita
che si gioca è quella della sua conquista, il giudizio
che si dà dipende dalla legittimazione che si riconosce
a chi lo ha conquistato. Althusius e i suoi discepoli potrebbero
dire che la prima vittima di questo nostro ancoraggio allo
statalismo è proprio la democrazia, che, per non
rendere la sovranità popolare un mito, non può
non fondarsi su un "covenant" e non articolarsi
in una pluralità effettiva di poteri (che è
cosa diversa da un unico potere diviso per frammenti), realizzata
tanto sul piano orizzontale che su quello verticale.
Ma proprio qui arriverebbe Lucio Caracciolo, con le idee
espresse giorni addietro su queste stesse colonne, e noterebbe,
primo: che non si è mai vista democrazia al di fuori
di un contesto statuale, secondo: che senza uno Stato si
è alla mercé dei poteri forti. Attenzione
però, cerchiamo di non fraintenderci: se chiamiamo
"Stato" la Svizzera, gli Stati Uniti o l'Australia,
allora usiamo una nozione molto generica, che non è
necessariamente fondata sullo statalismo di cui prima parlavo,
e che si applica a qualunque organizzazione istituzionale
che abbia al suo livello, suppongo, organi elettivi dotati,
fra líaltro, del potere estero, del potere militare
e magari di quello tributario. Se di questo si tratta, allora
l'Europa, sia pure per strade e con formule in parte diverse
e figlie della sua storia, può e deve arrivarci,
perché è vero che nessuno dei nostri Stati
da solo può giocare un ruolo nel mondo (si tratti
di ridurne le minacce, si tratti - come in tanti vogliamo
- di ridurne davvero le ingiustizie), né possono
giocarlo tutti insieme, se insistono a farsi concorrenza
fra loro e a decidere attraverso procedure intergovernative
attraverso le quali si paralizzano l'uno con l'altro.
Ma a questo fine non è necessario né possibile
evocare uno Stato all'europea. Non è necessario,
se si pensa (ma è solo un esempio) che quello che
vorremmo lo avevano già gli Stati Uniti quando erano
ancora una Confederazione (già allora il potere di
fare trattati, quello di fare la guerra, quello stesso di
aprire ambasciate era nelle mani del "Congresso"
comune). Non è possibile perché a questo punto
della nostra storia noi riteniamo tratto indefettibile della
democrazia europea quello di riconoscere a ciascuno dei
nostri popoli la sua identità, alla quale ben si
può aggiungere una identità europea, ma non
per per fare da melting pot di quelle nazionali: il che
significa -direbbe Althusius- che dobbiamo essere noi popoli
europei (e non necessariamente i nostri governi) a decidere
di rendere davvero europei, vincendo magari le resistenze
dei nostri governi, i poteri che ci servono per avere, attraverso
l'Europa, un ruolo forte nel mondo; lasciando invece gli
altri dove sono e creando nell'insieme, più che una
struttura gerarchica (sull'eterno modello della Chiesa),
una trasparente struttura a rete. La Convenzione è
un primo passo in questa direzione.
Serve, perché si proceda efficacemente in questa
direzione, la creazione di un nucleo forte da parte degli
Stati fondatori, al quale gli altri si aggreghino nel tempo?
Non è affatto escluso che possa servire e a ciò
sono finalizzate le cosiddette 'cooperazioni rafforzate',
che in base al Trattato di Nizza permetteranno a otto Stati
di procedere insieme anche senza il consenso degli altri.
Ma evocare questo come passo iniziale nel momento in cui,
per la prima volta, lavorano insieme nella Convenzione i
rappresentanti degli Stati membri con quelli dei Paesi candidati,
significa respingere questi ultimi in serie B prima ancora
del loro ingresso, frustrando gli sforzi che hanno fatto
e le intenzioni in ... casi ottime che li animano e incentivando
le pulsioni nazionaliste e antieuropee che cominciano a
crescere al loro interno. Dobbiamo essere tutti consapevoli
dei ritardi dell'Europa attuale e del bisogno di attrezzarla
con urgenza come soggetto politico sulla scena mondiale.
Ma non è detto che la spada di Alessandro sia lo
strumento migliore per liberarci dai grovigli dell'attuale
nodo europeo.
Del resto, mentre ristrutturiamo le istituzioni allo scopo
di creare un più forte potere europeo, non sarebbe
male che dessimo qualche segno sui modi in cui lo useremo
allorquando lo avremo: per esempio - e questo, rispetto
ad altri, è davvero un piccolo esempio- decidendo
di importare carne argentina, così da alleviare la
gravissima crisi di quel Paese, a scapito, questo sì,
delle ristrette e potenti lobbies che controllano la carne
da noi. Se oggi nessuno ci prova, siamo sicuri che poi lo
farebbe il vagheggiato Stato europeo?