Base giuridica: Articolo 119 CE; articoli 2 e 6 del trattato CE (politica sociale);
varie decisioni della Corte di giustizia europea; si vedano i riferimenti delle direttive.
Obiettivi: Pari opportunità per uomini e donne nella vita sociale, professionale e
politica; assistenza alle donne svantaggiate; misure volte a stimolare la
consapevolezza.
Strumenti: Commissione del Parlamento europeo per diritti della donna; unità
della Commissione per la parità di opportunità fra donne e uomini; comitato
consultivo sulle pari opportunità; servizio informazione donne della Commissione
europea.
Nei trattati che istituiscono l'Unione europea la politica a favore delle donne in
quanto tale non trova alcun esplicito riconoscimento. Fin dalla sua istituzione nel
1957, tuttavia, la Comunità economica europea ha dato vita a varie iniziative che
in qualche modo hanno inciso sui diritti delle donne. In tali iniziative si possono
individuare due orientamenti: da un lato, l'inserimento di elementi di politica
sociale nelle disposizioni di politica economica al fine di eliminare, nel mercato
comune, la discriminazione a danno delle donne, dall'altro, l'adozione di misure
volte ad attenuare le conseguenze della crisi strutturale del mercato del lavoro.
Oltre a ciò, si deve tenere conto anche della trasformazione del ruolo sociale della
donna: è innegabile, infatti, che nel corso degli anni sono aumentate le sfere di
attività in cui le donne sono presenti e le pressioni cui sono sottoposte, mentre le
loro esigenze personali sono mutate. La vita professionale delle donne, tuttavia,
non può essere confrontata a quella degli uomini perché le scelte delle donne
continuano, ancora oggi, ad essere determinate dalla dialettica fra vita familiare e
vita professionale.
L'inizio: l'articolo 119 del trattato CEE
Il tema l'Europa delle donne veniva affrontato indirettamente già nel trattato di
Roma. In particolare, nell'articolo 119 del trattato CEE - oggi CE (si veda l'ultima versione, relativa al trattato di Amsterdam 1997 dell'articolo 119) - veniva definito
l'obbligo degli Stati membri di garantire la parità di retribuzione fra uomini e
donne per uno stesso lavoro. Con i progressi dell'integrazione europea il principio
della parità di retribuzione per uno stesso lavoro è diventato il punto di partenza
per ulteriori riflessioni sulle pari opportunità e sull'eliminazione delle forme di
discriminazione indiretta a danno delle donne.
Negli anni '70, di fronte al mancato rispetto da parte di alcuni Stati membri
dell'articolo 119 CEE, la Commissione reagì con una serie di proposte di direttive.
La Corte di giustizia delle Comunità europee, da parte sua, si è dimostrata,
grazie all'interpretazione estensiva data all'articolo citato e alla coerente
applicazione di tali direttive CE, la forza trainante nella concretizzazione dell'idea
delle pari opportunità. Al Consiglio europeo di Maastricht nel 1991, inoltre, è
stato firmato un accordo in materia di -> politica sociale che, dall'entrata in
vigore del trattato sull'Unione europea, disciplina la questione della parità fra
uomini e donne per quanto riguarda le loro opportunità sul mercato del lavoro e il
trattamento sul lavoro (articolo 2 dell'accordo sulla politica sociale). L'articolo 6
dell'accordo sulla politica sociale garantisce l'applicazione del principio della
parità di retribuzione senza discriminazione fondata sul sesso, pur lasciando agli
Stati membri la facoltà di mantenere o adottare misure che prevedano vantaggi
specifici a favore delle donne (discriminazione positiva). Nel libro bianco sulla
politica sociale europea (1994) la Commissione europea, tenendo conto dei
problemi strutturali del mercato del lavoro, ha formulato una serie di proposte
dirette ad aiutare le donne a conciliare vita professionale e vita familiare. In tale
documento si suggerisce fra l'altro di pubblicare, a partire dal 1996, una relazione
annuale sull'uguaglianza intesa come una sorta di strumento di controllo
dell'attuazione della politica in esame.
Il lavoro delle istituzioni dell'UE
Il problema della «situazione femminile in Europa» ha fornito lo stimolo per la
costituzione della prima commissione d'inchiesta nella storia del Parlamento
europeo. Dal 1984 la commissione è denominata «commissione per i diritti della
donna» e si occupa di pubblicare relazioni, tenere udienze e sostenere gli interessi
delle donne nelle consultazioni sul bilancio dell'UE e prende posizione su diversi
temi che riguardano direttamente o indirettamente le donne.
Nella Commissione europea è stata creata un'unità per la parità delle opportunità
fra donne e uomini nell'ambito della direzione generale V (Occupazione, relazioni
industriali e affari sociali). L'unità, che ha il compito di controllare l'applicazione
delle direttive CE da parte degli Stati membri, fornisce un sostegno alle donne e
prepara le misure che hanno un impatto sulla situazione femminile in campi quali
la formazione professionale, l'adeguamento alle nuove tecnologie, la costituzione
di società gestite da donne, l'istruzione delle ragazze e altre ancora. Nel frattempo
è nata una serie di reti di esperti indipendenti che si occupano di sostegno
all'occupazione. Nel 1982, inoltre, è stato costituito il comitato consultivo per
l'uguaglianza delle possibilità tra le donne e gli uomini che si riunisce
regolarmente e ha il compito di coordinare le misure dei singoli Stati e di
sostenere la politica della Commissione, e dal 1988 esiste anche un Consiglio dei
ministri informale sulla condizione della donna, che promuove e mira a stimolare
un maggiore impegno a livello europeo a sostegno di misure che favoriscono una
migliore conciliabilità fra vita professionale e vita familiare.
Le sfide future
Sempre più spesso i problemi strutturali del mercato europeo del lavoro colpiscono
in modo particolarmente grave le donne. In questo contesto, le riflessioni su nuovi
modelli di lavoro e su una riduzione degli orari lavorativi nel quadro di una
generale ridistribuzione del lavoro possono aprire la via a due sviluppi
contrastanti: da un lato, la riduzione delle ore di lavoro e dunque dei salari reali
può indurre un numero più elevato di donne a cercare lavoro e contribuire così al
bilancio familiare; dall'altro, quando la risorsa lavoro scarseggia, le donne vengono
escluse dal mercato del lavoro prima degli uomini oppure costrette in misura
maggiore ad accettare lavori a tempo parziale e «condizioni di impiego atipiche»
come impieghi ausiliari a tempo determinato. Di fronte all'aumento del numero di
famiglie composte da un solo membro o con un solo genitore, si impongono
misure di tutela specifiche, in particolare per quanto riguarda i regimi pensionistici
che non devono tutelare solo le persone impiegate a tempo pieno. Fino ad ora, non
solo le numerose iniziative del Parlamento europeo, ma anche le direttive proposte
dalla Commissione europea in materia sono rimaste lettera morta per motivi
strutturali o di contenuto. Dai nuovi membri dell'Unione europea, e in particolare
dalla Svezia, si aspettano nuove proposte e un nuovo slancio al dibattito.
Anche la modernizzazione, nell'Europa occidentale come in quella orientale, pone
nuove sfide: lo sviluppo tecnologico procede a ritmo sempre più veloce, le
competenze e le conoscenze specialistiche risultano superate in breve volgere di
tempo. Le conseguenze sono gravi soprattutto per le donne: per far fronte a
queste sfide, infatti, è necessario integrare costantemente la formazione di base
con nuove qualifiche, ma, nel contesto della tradizionale divisione dei compiti fra
uomo e donna nella vita professionale e familiare che tuttora caratterizza la
nostra struttura sociale, risulta estremamente difficile soddisfare questa esigenza.
Conclusione
Fino ad oggi si possono individuare quattro fasi nello sviluppo delle iniziative
dell'Unione europea a favore delle donne. In primo luogo, si è fissato l'obbligo
sociale e politico degli Stati membri di garantire lo stesso trattamento a uomini e
donne in materia di retribuzione. In secondo luogo, il principio della parità è stato
esteso anche ad altre sfere politiche, quali la politica dell'occupazione,
dell'istruzione e della famiglia, e in tale contesto è stata resa vincolante una serie
di norme a tutela dell'occupazione. In terzo luogo, da oggetto delle decisioni
politiche le donne ne sono diventate il soggetto; oggi non si adottano più
regolamenti per le donne, al contrario, queste sono ormai forze attive nel processo
politico e il numero crescente di donne presenti in Parlamento è una
manifestazione di questa nuova tendenza, benché proprio sotto questo aspetto il
cammino da percorrere sia ancora lungo. In quarto luogo, in conseguenza dei
problemi strutturali del mercato del lavoro, le questioni connesse alla ripartizione
del lavoro e agli orari di lavoro non vengono più discusse esclusivamente nel
quadro della politica sociale ma anche nell'ambito della politica dell'occupazione.
Questo nuovo approccio trova espressione in alcuni passi del libro bianco
«Crescita, competitività e occupazione» della Commissione europea, benché poco
spazio vi sia dedicato alle questioni specificamente connesse alle politiche
femminili.
Numerosi problemi, tuttavia, sono ancora in attesa di soluzione. Per cominciare,
resta molto da fare per stimolare la consapevolezza sulle possibilità, i diritti e le
prospettive il relazione al mercato del lavoro, nonché sulle qualifiche necessarie
per il futuro e le opportunità di formazione permanente. Fino ad oggi, infatti,
l'informazione si è rivolta per lo più alla donne lavoratrici, ma proprio da una
diffusa consapevolezza dell'esigenza di sviluppare tali politiche dipende la qualità
della normativa per il miglioramento della situazione femminile. È infatti
essenziale che tali questioni non vengano relegate al rango di aspetti collaterali
della politica sociale e dell'occupazione, bensì che venga loro riconosciuto un
valore intrinseco. A questo scopo potrebbe essere opportuno inserire il principio
dell'uguaglianza in un catalogo dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Oltre
a ciò, guadagna terreno l'impressione che, fino ad oggi, le misure adottate
dall'Unione europea nel campo della politica femminile abbiano avuto scarsa
incidenza sullo sviluppo della situazione occupazionale e delle prospettive di
lavoro delle donne. Sotto questo profilo si impone un riesame delle disposizioni
dell'UE e della loro attuazione negli Stati membri, nonché delle strutture oggi
operanti per la tutela degli interessi della donna.
(Melanie Piepenschneider, da "L'Europa dalla A alla Z")