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On. Pasqualina Napoletano, lei è stata relatrice sul tema delle aree urbane al Parlamento europeo. Volevamo domandare il suo parere su quali siano le ricadute, eventualmente differenti per i cittadini e per le cittadine europee, delle possibili decisioni che su questa questione si stanno attualmente dibattendo in seno alle istituzioni comunitarie.
Vorrei innanzitutto dire che fare avanzare questo tema delle città, delle aree urbane, non è stato facile, perché i governi nazionali quando sentono evocare problemi che ricadono sotto la loro competenza si pongono in stato di all'erta, si barricano dietro la cosiddetta "sussidiarietà" per bloccare qualsiasi processo integrato. Nei fatti, invece, in Europa sta progredendo una cooperazione tra città, le quali storicamente hanno avuto un ruolo molto importante per lo sviluppo economico e sociale, oggi riscoperto.
Io ho cercato di interpretare e di portare più avanti la spinta generata da questa cooperazione, anche perché ci si è resi conto che l'80% dei cittadini e delle cittadine vivono nelle aree urbane, ed è dunque lì che deve cominciare la cittadinanza europea, che si deve capire che non si è soltanto cittadini di una città, del proprio paese, ma che si è parte di un mondo integrato. Tra l'altro nelle città si possono sperimentare delle politiche più avanzate sotto molti aspetti: esse sono i luoghi delle maggiori contraddizione del nostro sviluppo, nelle città si può lavorare per un cambiamento del modello di sviluppo, che da una parte riguardi l'innovazione - e le città sono il luogo dove l'innovazione è più avanzata, ma anche al fatto che l'innovazione deve abbinarsi con lo sviluppo sostenibile, sociale e ambientale. Quindi tutto questo fa delle città un luogo cruciale, e per esempio, i dati che riguardano le città sono molto interessanti: sebbene siano i luoghi mediamente più ricchi d'Europa, sono anche i luoghi dove c'è più alta disoccupazione rispetto alla situazione del contesto in cui le città sono.
In esse si trova disoccupazione di lunga durata, esclusione sociale ed emarginazione, e dove dunque bisogna sviluppare quelle politiche che vengono chiamate il "welfare locale" ma che sono secondo me quelle più interessanti per la riforma del welfare europeo. Le donne sono coinvolte pienamente su questo piano di discorso, in positivo e in negativo: sono partecipi di un processo che le vede senza dubbio fare dei passi in avanti, ma restando ancora immerse in moltissimi problemi.
Un altro tema caldo, in cui ritorna la contrapposizione cruciale tra campagna e città, è quello della riforma dei fondi strutturali. Cosa ci può dire rispetto alle proposte che al momento sembrano essere quelle più solide e accettate? E a quali diverse ricadute per la vita delle cittadine e dei cittadini tali proposte potrebbero condurre? In quali ambiti la differenza d'impatto sarebbe più evidente?
Io penso che l'Italia abbia fatto un buon lavoro in questo negoziato, e porti a casa un risultato piuttosto positivo: manteniamo quasi tutte le regioni del sud nell'obiettivo 1, che è quello che prevede misure d'intervento più significative nelle situazioni regionali, e abbiamo anche un importante intervento del nuovo obiettivo 2 che riunirà le categorie 5b (zone agricole) e 2 (zone rurali) con l'obiettivo urbano. Le nuove linee guida dei fondi sono: accrescere la competitività delle aree svantaggiate e in ritardo, accrescere la compatibilità ambientale dello sviluppo e promuovere le pari obiettività: è dunque un obiettivo esplicito dei fondi strutturali. Le donne devono dunque rivendicare che al tavolo della programmazione e a quello che seguirà l'applicazione dei fondi ci siano questa volta rappresentanze femminili. L'Europa chiede il partenariato, lo chiede anche in modo molto stringente: quei programmi che non saranno condotti in partenariato potranno persino essere bloccati durante la loro attuazione.
Noi in Italia siamo spesso bravi nel riuscire a stare dentro le categorie eligibili per i fondi, ma non siamo altrettanto bravi nell'avere un'applicazione efficace, sia sotto il profilo della quantità della spesa che soprattutto della qualità. Credo che i nuovi fondi offrano grandi opportunità. L'obiettivo 3, per esempio, sulla formazione sarà molto più utilizzabile per applicare una politica di formazione permanente, per orientare la formazione verso settori che i fondi precedenti non avevano toccato, e quindi per dare veramente una mano all'inserimento delle donne nel mercato del lavoro e nel mondo dell'imprenditoria.
Un bilancio sul finire di questa legislatura del Parlamento europeo: le sembra che da parte delle diverse commissioni, nei dibattiti e nelle risoluzioni, ci sia stata una crescita o viceversa una diminuzione dell'attenzione rivolta all'impatto di genere delle decisioni? O piuttosto tale griglia di analisi non è rilevante per l'analisi di questo Parlamento?
Lo è moltissimo. Io credo che dopo Pechino a livello europeo si è posto il problema di superare questa visione importante ma settoriale degli interventi sulla parità: si è cercato di passare da politiche specifiche (che l'Unione faceva e fa anche con i suoi piani d'azione per le pari opportunità) all'inserimento di tali politiche nelle politiche generali dell'Unione, per esempio in quelle di coesione e dei fondi strutturali.
Si tratterà ora di fare però delle verifiche: quelle fatte nel recente passato non erano confortanti: a queste linee non corrispondono risultati adeguati. Questo perché i soggetti implicati sono molti: l'Unione europea, i governi nazionali, le regioni, le burocrazie che accompagnano tutto questo. Ci deve essere una volontà politica più sinergica di tutti questi attori se vogliamo che le cose cambino nella realtà. E poi le donne stesse, secondo me, devono conoscere e utilizzare questi spazi, per poterli rivendicare e praticare.
Lei ha sottolineato che con le prossime elezioni europee si ricreerà un gap tra le candidate dei Paesi membri per le impari condizioni di partenza che i diversi sistemi elettorali consentono. Ci può spiegare come ciò avvenga?
Io credo che quando si decise che il Parlamento europeo doveva essere eletto direttamente dai cittadini, si doveva pure decidere che il sistema elettorale fosse quanto più possibile lo stesso, pur tenendo conto delle diverse culture. Invece, poiché queste riforme in Europa stentano a realizzarsi, ancor oggi ogni paese mantiene il proprio sistema elettorale, anche se oggi possiamo dire che sono tutti di tipo proporzionale, perché anche l'Inghilterra ha rinunciato al maggioritario. Allora per esempio la maggior parte dei Paesi europei ha le liste nazionali bloccate. In tali casi è più facile, partiti permettendo, una rappresentanza paritaria e realizzarla attraverso una lista con una successione alternata di uomini e donne. Con questa regola la Francia ha portato a Strasburgo nella scorsa legislatura una rappresentanza paritaria. In Italia il sistema dei grandi collegi e delle preferenze rende tutto molto più incerto, visto che l'elezione dipende dal numero di preferenze di ciascun candidato, e forse più difficile per le donne. Non esito a dire che c'è perfino una questione economica: laddove i partiti lasciano ai candidati e alle loro risorse giocare una campagna elettorale su un territorio di quattro regioni, in alcuni casi significa investire diverse centinaia di milioni; e spesso le donne non sono tra coloro che possono permetterselo.
Ammesso poi che tale tipo di campagna sia accettabile moralmente: rispetto alla situazione attuale io sarei del parere di denunciare gli sprechi che vengono effettuati, un vero insulto all'intelligenza dei cittadini e degli elettori.
Può già dirci qualcosa sulla sua eventuale ricandidatura alle prossime elezioni e sui punti prioritari su cui ritiene si debba adesso lavorare? Le decisioni di questo tipo non sono mai solo personali. Delle liste stiamo discutendo nel nostro partito in questi giorni, e io dovrei essere candidata per l'Italia centrale. Continuo volentieri questa esperienza, molto importante, per la quale ringrazio sia il mio partito che gli elettori. Penso che la prossima legislatura debba essere quella che rafforza ulteriormente il potere del Parlamento, che porti alle riforme istituzionali, ma soprattutto quella che costruisca l'Europa politica e quella della cittadinanza europea. Quindi, democrazia e politica al primo posto in un'Europa che ha costruito la moneta e il mercato unico.
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