Tesi della sezione di Roma per il XIII Congresso della GFE
Alcamo 10 - 12 ottobre 1997
Mobilis in mobile
Ovvero, muoversi in un mondo in movimento
La crisi della democrazia e il compito dei federalisti
Come movimento che fa del federalismo la propria bandiera, e che ne riconosce il cuore nel concetto di "democrazia", si dovrebbe sempre più spesso soffermarsi a riflettere sulla cosiddetta "crisi della democrazia" per trarne opportuni insegnamenti, utili a tracciare nuove strade, anche per la nostra strategia globale.
Pensiamo, infatti, che l’affermazione della democrazia, non solo intesa come sistema di regole per la convivenza tra gli individui, ma anche come quadro di valori etici condiviso dalla comunità, ha costituito, assieme all’avanzamento tecnico e scientifico la chiave di tutta la vicenda storica moderna.
Le democrazie europee hanno dimostrato, nelle guerre mondiali nonché durante e dopo la guerra fredda, di saper affrontare molte minacce, anche quando il progresso scientifico e tecnologico tendeva a far mutare rapidamente il processo produttivo e il sistema economico generale. Eppure, sono molti i segnali dell’affermarsi di una "modernità senza progresso".
In altre parole, si avverte il rischio che i sempre più prepotenti cambiamenti imposti dalle dinamiche economiche e sociali lascino, per così dire, la democrazia (quella vera) al lato del loro percorso.
E’ modernità senza progresso la crescita del valore dei beni prodotti che si accompagna ad una crescente insicurezza e precarietà rispetto al fattore lavoro impiegato nella loro produzione; l’accrescersi delle distanze tra i livelli di benessere dei popoli del "Nord" rispetto a quelli del "Sud" del mondo mentre il consumo delle risorse naturali viene organizzato secondo ritmi e modelli egoistici pericolosi; mentre la trasformazione dell’economia dà luogo della produzione di beni in "mondo virtuale" di flussi finanziari incontrollabili ed invisibili, diminuiscono le risorse a disposizione degli Stati per gli interventi distributivi e correttivi degli squilibri sociali.
L’Europa, in particolare, vede vacillare pericolosamente il proprio modello, basato sulla ricerca della sintesi tra economia capitalista e istanze sociali, tra le libertà individuali e il senso di comunità, in nome della salvaguardia di alti livelli di equità sociale e di solidarietà civile. La competizione globale con il modello americano e con quello asiatico sta duramente mettendo alla prova certi pilastri del nostro sistema, che comunque noi continuiamo a giudicare il più giusto anche se avrà bisogno di profonde revisioni e di nuove, originali soluzioni orientate verso il futuro.
La struttura basata sullo Stato nazione, centralizzato e burocratizzato, con tutti i suoi vecchi e nuovi privilegi, è apparsa da sempre ai federalisti europei come il maggior ostacolo allo sviluppo del nostro continente ma, se oggi crediamo nella necessità di un progresso solidale, partecipato e diffuso, dobbiamo andare oltre queste critiche e ricercare e denunciare anche gli altri attori che tendono a minare gli strumenti di controllo democratico.
Lo Stato nazionale risulta, in maniera sempre più evidente, inadeguato a raccogliere le sfide globali del nuovo secolo; la realizzazione di una federazione europea risulta essere un passo sempre più urgente. Tuttavia non solo non esiste ancora quell’opinione pubblica europea così diffusa e consapevole da essere in grado di spingere al passo decisivo, ma la politica tutta (in modo particolare i partiti) risulta gravemente in crisi. Manipolata dai potentati economici e prigioniera di modelli ormai non più adeguati alla gestione del potere, perde ogni giorno di più la fiducia dei cittadini.
I federalisti europei, pur non avendo particolari colpe in questo processo, devono anch’essi urgentemente porsi il problema di come evitare che questo vuoto di fiducia divenga in modo permanente vuoto di partecipazione e disinteresse per gli affari pubblici, situazione che porterebbe inevitabilmente o a una politica abbandonata a "tecnici" e "ragionieri" o, al contrario, a colpi di mano di minoranze estremiste che con argomenti demagogici potrebbero farci precipitare nuovamente in quelle situazioni tragiche di cui è ricca la nostra storia.
Come giovani federalisti europei, non possiamo che rifiutare entrambe queste ipotesi e quindi chiederci fortemente: come noi possiamo contribuire a fare in modo che sempre più cittadini tornino a partecipare alla politica? Noi crediamo che le strade maestre da percorrere assieme siano due: lanciare messaggi fortemente riformatori e contribuire ad "invadere" la politica con gente nuova.
Che il nostro tradizionale messaggio di solidarietà tra le nazioni faccia ancora parte di quelli radicalmente riformatori ed innovatori, è certo che lo dimostrino a sufficienza molte delle dinamiche che si sono potute osservare ultimamente all’interno dell’Unione europea, ad esempio la farsesca conclusione della CIG. Ma pensiamo anche che tale messaggio, per rimanere di "avanguardia", debba prendersi carico di sviluppare e formulare sempre nuove soluzioni a diverse problematiche sociali ed economiche proposte dall’attualità.
Riguardo alla seconda strada, si pone tutt’oggi impellente l’esigenza di rafforzare la struttura del movimento e in particolare quella del settore giovanile, consci del fatto che "non si può andare sulla luna con una mongolfiera".
Il movimento, per le sue caratteristiche apartitiche e i suoi ideali di largo respiro, potrebbe aspirare a un ruolo di primo piano all’interno del quadro politico italiano. Ma il giovane realmente dotato per la politica vuol "farla" e non solo guardarla, commentarla o, tutt’al più, timidamente suggerirla; costui fatalmente sarà tentato di lasciare il movimento (visto che una illuminata strategia interna di incentivo alla doppia militanza è ancora ben lontana dal venir seriamente presa in considerazione) verso delle realtà impegnate nel confronto politico lasciando indietro, probabilmente, i meno portati all’azione. Dovrebbe apparire ovvio come tutto ciò non faccia che aggravare, in un circolo vizioso, la debolezza del nostro federalismo in Italia.
Una Costituzione per l’Europa
Il concetto di Assemblea Costituente non è visione comune a tutto il popolo europeo, né a tutte le forze federaliste. La creazione, pacifica e di diritto, di uno Stato sovranazionale non è esperienza storica passata. Inoltre, il successo di una proposta politica dipende in gran parte dalla sua forza e credibilità. La GFE si deve porre quindi il problema della chiarezza e della complessità di una proposta che può convenientemente realizzarsi solo a livello europeo, come è naturale che sia. Il fatto che si sia decisa prima la campagna italiana e che solo successivamente si sia inaugurato il dibattito sul tema dell’Assemblea Costituente; il fatto che l’elaborazione analitica sia apparsa, da più parti, inadeguata e incompleta; il fatto che perfino la JEF, terreno di prova privilegiato per i giovani federalisti, abbia sollevato perplessità e dubbi sull’idea e sulla sua opportunità politica, sono le circostanze che hanno diminuito le probabilità di successo della proposta italiana di una campagna a favore di una Assembla Costituente europea e che mostrano quanta maggiore attenzione e riflessione vada dedicata alla definizione di "una Assemblea Costituente per la Federazione europea" e del perché la si debba ottenere.
Ma la validità dell’antica idea federalista rimane.
Con l’elezione diretta del primo Parlamento europeo è nato il popolo europeo. Ed è solo il popolo europeo ad essere il legittimo titolare del potere sovrano di creare la Federazione Europea. Ma il popolo europeo, pur essendone il titolare legittimo, non detiene questo potere: oggi come ieri, in Europa è la rappresentanza indiretta della somma aritmetica delle sovranità nazionali (Governi e plenipotenziari, i mille burocrati comunitari) a decidere del presente e del futuro dei cittadini d’Europa.
Ecco perché si ripropone l’idea di una Costituzione europea: oggi più che mai è urgente e necessario che la voce del popolo europeo si alzi per rivendicare la democratica prerogativa della sovranità che gli appartiene, dando forma e organizzazione istituzionale all’idea di un’Europa federale.
I Governi sono i nostri nemici: per definizione e per sensibilità politica, essi perpetueranno la logica intergovernativa e la conservazione della sovranità nazionale, utilizzando tutti i mezzi a loro disposizione per difendere i loro interessi e non già quello generale. Quando qualche illuminato rappresentante governativo si mostra maggiormente europeista e disponibile a lavorare per la costruzione di uno Stato europeo, occorre essere coscienti della fortunosa episodicità di tale atteggiamento, non già costruirne la base di una analisi teorica e di una strategia d’azione.
L’essenzialità del Parlamento europeo è quindi una condizione imprescindibile di principio e di democraticità nella costruzione dell’assetto socio-istituzionale dello Stato europeo.
Non sono accettabili le ipotesi di mandato governativo o la creazione di organismi ad hoc per la Costituzione europea.
Esiste già un Assemblea parlamentare europea che, per definizione, è distinta dagli Stati; ove, per consuetudine democratica, risiede l’interesse generale dei cittadini europei; che è, dalla nascita dello Stato costituzionale in poi, il corpo politico e istituzionale ove si esprime la volontà del popolo sovrano.
Ciò che non esiste è la Costituzione della Federazione Europea.
Ciò che non esiste è un Governo europeo che faccia gli interessi dei cittadini d’Europa. Così, sulle orme di Spinelli, bisogna agire prioritariamente dentro il Parlamento europeo e dentro i parlamenti nazionali affinché si ottenga da parte di questi ultimi il mandato al Parlamento europeo di redigere la Costituzione della Federazione europea.
Ma, diversamente da quanto affermava Spinelli in epoche differenti, e da quanto afferma oggi il MFE, la Costituzione ha un’unica natura giuridica, che è quella di legge fondamentale e fondante uno Stato. Non una Costituzione concessa dai governi, così come, per lo più, dal sovrano veniva concessa tra il XVIII e il XIX secolo, ma una Costituzione scritta e rigida, il cui contenuto sia elaborato e votato dall’Assemblea che legittimamente rappresenta tutti i cittadini dell’Unione. Se dall’Assemblea Costituente nascesse un ibrido dalla doppia natura giuridica di Trattato e di Costituzione, tutto ciò che verosimilmente si potrà ottenere sarà un nuovo fallimento del progetto di Federazione Europea.
Infatti, ammettere la doppia natura della legge costituzionale significa che l’entrata in vigore di una Costituzione è subordinata alla condizione che governi di ogni singolo Stato membro richiedano ai rispettivi parlamenti l’autorizzazione alla sua ratifica! Ma nel momento in cui nasce la legge fondamentale e fondante uno Stato, la volontà generale dei popoli, attraverso i parlamenti, è già stata manifestata. Allora quale necessità, quale la ratio della doppia natura giuridica?
Inoltre, bisogna riflettere sul fatto che la concezione di un Trattato-Costituzione lascia aperte le porte alla logica intergovernativa: un Trattato è un accordo tra Stati nazionali, voluto dal momentaneo e precario incontro delle singole sovranità nazionali e dalla cura dei loro contingenti interessi. La palese dimostrazione di quanto fin qui detto è il Trattato di Amsterdam.
Quale certezza per il futuro del giovane popolo europeo se lo si costruisse su fondamenta di argilla?
Dall’esperienza del Forum permanente della società civile, i nostri possibili alleati nelle prossime battaglie politiche sono innanzitutto le associazioni organizzate italiane ed europee: si va dalle ONG alle associazioni giovanili di partito, dal volontariato alle associazioni universitarie, dalle associazioni di categoria a quelle laiche e cattoliche.
Sono nostri possibili alleati in quanto democratici centri di interesse, in quanto formati da cittadini consapevoli.
In secondo luogo, perché sono tante, e i numeri in democrazia contano.
Inoltre, già nel Trattato di Amsterdam sono state accolte le istanze più disparate presentate da ogni associazione (si va dalla tutela degli animali al riconoscimento del valore di sport, arte e cultura). Il metodo non ha funzionato, poiché seguiva la logica intergovernativa e ha agito nella sede sbagliata, ma è stato manifestato l’autorevole cartello della loro forza e capacità d’influenza.
Moneta Unica, solidarietà e cittadinanza
La firma del nuovo Trattato di Amsterdam ha evidenziato come, attualmente, l’unico presupposto sicuro e definito del processo di integrazione europea sia da ricercare nella unificazione monetaria. La moneta unica è oggi la sola certezza che il federalismo abbia trionfato a livello economico-finanziario.
Ma la nostra riflessione dovrebbe soffermarsi sulle prospettive del post-Maastricht e sugli effetti che l'Euro avrà sull'impianto sociale dei singoli paesi. È evidente la discrepanza che la moneta unica crea in un sistema dove la spesa sociale è tuttora (e ancora per chi sa quanto) sotto il controllo egemonico degli Stati nazionali. Si cambia un sistema solo se lo si fa totalmente, quindi comprendendone tutte le sue sfaccettature. Se il bilancio pubblico non potrà più essere finanziato mediante un deficit di bilancio, così come vieta il Patto di stabilità voluto da Waigel, e quindi non saranno più possibili corse all'indebitamento di breve periodo, quali saranno le voci della spesa corrente che dovranno ridursi? Necessariamente, lo sguardo va ai titoli a breve, che fruttano interessi a volte sconsiderati, e alle spese cosiddette di settore che, quasi certamente, conterranno i pacchetti delle pensioni e le retribuzioni.
La nostra società è quindi destinata ad una trasformazione ambigua e suscettibile di squilibri se non si accompagnerà la crescita dell'integrazione economica, oltre che all'abbattimento dei costi della produzione e dell’importazione dei prodotti, anche alla crescita della "salute" sociale e individuale dei cittadini.
In Italia aumenteranno le partecipazioni azionarie di dominio, lo sforbiciamento dei redditi, la dismissione delle proprietà statali. L’unica magra consolazione è che tutto avverrà in libera concorrenza e secondo l’affermata parità tra privato e pubblico.
Senza una modifica congiunta dell'impianto finanziario comunitario che si basi sul principio delle casse di compensazione e della sussidiarietà si corre il rischio di ritrovarsi tra le mani una poltiglia destinata all'implosione.
Non bisogna dimenticare che solo una equa e federale struttura del mercato, in particolare quello del lavoro, è la soluzione ai circa 18 milioni di disoccupati nell'Europa comunitaria.
Federalismo significa solidarietà non solo tra gli Stati ma soprattutto tra le persone.
I federalisti però non devono partire dal presupposto che le sole contraddizioni insite al nuovo sistema provocheranno automaticamente l’istituzione di un governo europeo dell’economia: esse potrebbero anche sfuggire al controllo e sfogarsi proprio in una direzione opposta a quella da noi sperata.
Il nostro impegno in favore dell’UEM è da unire in modo inscindibile a campagne che mettano in evidenza l’assurdità di un potere monetario europeo privo di una politica fiscale comune.
Anche la tesi federalista che stabilisce un forte legame tra moneta unica e sensazione di cittadinanza europea da parte del singolo deve essere ulteriormente sviluppata e corretta.
La cittadinanza europea deve essere qualcosa di più di una banconota in comune, specie se questa rischia di essere identificata con tagli al welfare o aumento della disoccupazione.
Il movimento dovrebbe impegnare maggiori energie al dibattito sulle basi dell’identità europea e sui valori di cui l’UE dovrebbe essere portatrice. Da questo punto di vista, lo sforzo di elaborazione di una "Carta delle cittadine e dei cittadini europei" intrapreso dal Forum Permanente della Società Civile nell’ultimo anno, appare un risultato estremamente importante da appoggiare con tutte le nostre forze.
Le altre campagne per un mondo più giusto
La riforma dell’ONU
La commissione Affari Esteri ha recentemente elaborato un progetto di riforma delle Nazioni Unite dai contenuti apprezzabili.
In primo luogo, è apparsa rilevante l’indicazione della priorità di colmare il deficit democratico dell’ONU e la previsione di nuovi livelli di rappresentanza sia per i paesi del Sud del mondo sia per le organizzazioni della società civile.
Attualmente, purtroppo, le ONG non sono qualificate come soggetti istituzionali all’interno del WTO ma, per l’importanza delle questioni discusse nell’organizzazione presieduta da Ruggero, che vanno dal diritto allo sviluppo dei paesi del Sud alla difesa dell’ambiente, è essenziale il loro pieno coinvolgimento anche all’interno di questo ramo dell’ONU. Si guarda quindi con favore al progetto di riforma, che va proprio in questo senso.
Da parte del politologo Michael Barnett è stato affermato che il ruolo da attribuire alle Nazioni Unite dovrebbe essere quello di attore di integrazione normativa. Contemporaneamente, Achille Occhetto, presidente della commissione, insisteva sulla creazione dell’ONU come luogo (in cui) si definisce un nuovo concetto di legittimità universalmente valido. A questo proposito, è opportuno che la GFE partecipi attivamente al dibattito sul tema, appoggiando queste posizioni e sostenendo con convinzione e forza sulla scena pubblica e nelle varie arene politiche il progetto di riforma.
Con la stessa convinzione e la stessa forza deve essere espressa contrarietà verso la riforma che è invece sostenuta degli Stati Uniti. Infatti, l’allargamento del Consiglio di Sicurezza alla Germania e al Giappone attraverso l’attribuzione di un seggio permanente, significherebbe premiare quegli stessi paesi sconfitti ieri nella seconda guerra mondiale e oggi economicamente più forti, quindi cadere nell’ulteriore affossamento del principio di democrazia internazionale. Sono quindi interamente da rigettare tutte quelle ipotesi di riforma che tendino a ricalcare a livello ONU la composizione del G7 (con l’esclusione dell’Italia e del Canada)
La proposta italiana stabilisce la creazione di seggi non permanenti da attribuire a rotazione. Il criterio di assegnazione dei seggi segue una linea tesa ad assegnare rappresentanza istituzionale alle realtà regionali (Asia, Americhe, Europa).
La dimensione multilaterale nelle tecniche di formazione del consiglio di sicurezza è un aspetto che sottoscriviamo con particolare pathos.
Per quello che riguarda la "regione" Europa, o meglio, l’Europa delle regioni, e la sua personalità giuridica internazionale il presidente Occhetto ha indicato la necessità politica di un processo che porti alla costituzione di un seggio europeo in seno al Consiglio di Sicurezza. Anche questo è un passo decisivo e di notevole importanza che deve essere intrapreso in ogni progetto di riforma dell’ONU. La personalità giuridicamente e politicamente rilevante dell’Unione Europea è una battaglia ancora da vincere, che richiede quindi un impegno serio e risoluto da parte dei giovani federalisti.
Il Tribunale penale internazionale.
Nello scorso dicembre l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato in una risoluzione la richiesta di convocazione di una Conferenza internazionale entro la fine del 1998 per l’istituzione di una Corte internazionale penale permanente. Il progetto, volto a realizzare l’istituzione di questo Tribunale, seppur internazionale ed intergovernativo nel suo aspetto di struttura, rappresenta un evento di rilievo per i federalisti europei per ciò che riguarda i principi sostanziali che sarebbe chiamato a difendere. Dalla condanna della guerra come la situazione in cui lo scontro armato delle fazioni in lotta e l’esplosione degli odi reciproci rendono impuniti i crimini più orribili, discende la necessità di affermare il valore della pace come condizione per l’instaurazione delle leggi che proteggono e ristabiliscono i diritti fondamentali dell’Uomo. Di questi diritti la Corte di giustizia delle Comunità Europee ha riaffermato la necessaria garanzia e il rispetto in ciascuno degli Stati membri, così come solennemente sanciti nelle loro Costituzioni. Il Tribunale penale internazionale avrebbe quindi competenza nella tutela di questi diritti, realizzando il recentissimo principio di diritto all’ingerenza giuridica.
L’idea di una sua istituzione va dunque sostenuta da due punti di vista: sia come testimonianza dell’esistenza di diritti universali e necessità della loro tutela giuridica; sia come frutto di un percorso storico comune. La GFE deve quindi spingere verso l’istituzione del Tribunale penale internazionale, ma nel contempo proporre e cercare di ottenerne l’istituzione secondo un progetto che superi la logica intergovernativa, che preveda l’emissione di sanzioni (magari pecuniarie) contro gli Stati condannati, che affermi la natura giuridica di soggetto di diritto internazionale dell’Uomo e della Donna.
Sarebbe altresì auspicabile la proposta da parte della GFE di un progetto volto ad istituire un Tribunale penale europeo, che abbia funzione di giudice naturale dei cittadini d’Europa.
Contro il razzismo
In un’Europa in difficoltà dovute alla recessione internazionale, presso chi più soffre le ristrettezze che ne conseguono, e nella cornice di una globalizzazione che sempre più mostra di seguire i meccanismi dell’economia capitalistica, l’esclusione sociale nel microcosmo nazionale e l’arretratezza dello sviluppo dei paesi meno industrializzati a livello mondiale non fanno che riproporre ed acuire le tensioni razziali che hanno avvelenato il nostro secolo.
Per dei federalisti che contrappongono l’integrazione sociale all’intolleranza, il rispetto della diversità all’egemonizzazione centralista, è d’obbligo un impegno sentito ed attivo di supporto a tutte quelle campagne volte a combattere la piaga della discriminazione razziale. L’Unione Europea ha dichiarato il 1997 anno contro il razzismo: diamoci da fare perché l’anno sta finendo!
La procedura elettorale uniforme.
Una delle prime richieste da presentare al Parlamento europeo è l’approvazione di una legge elettorale europea entro il 1998, preferibilmente a base proporzionale. Il Parlamento ha già questa esclusiva competenza. L’approvazione della legge elettorale avrà, verosimilmente, quattro immediati e importanti effetti: quello di dare maggiore rappresentatività del popolo al Parlamento europeo, quello di rendere maggiormente coscienti i parlamentari europei del ruolo che sono chiamati a svolgere, quello di avvicinare i cittadini ad una nuova politica, quello di stimolare il dibattito sul ruolo del Parlamento e sulla crisi istituzionale europea.
Riforme istituzionali italiane e riforme istituzionali europee
I lavori della Bicamerale offrono al nostro paese una grande occasione. Non solo perché, dopo numerosi progetti, la revisione della Costituzione italiana è a portata di mano, ma anche perché è l’occasione adatta per fondare un nuovo tipo di rapporto tra Stato nazionale, autonomie regionali e locali nonché, in ultima analisi, tra tutte queste e l’Unione europea.
In questa ottica l’ampio dibattito sulle forme di federalismo da dover inserire nel dettato costituzionale non si dovrebbe limitare ad un sistema decentrato dell’amministrazione statale, ma dovrebbe ambire a proporre un nuovo modello federale europeo, possibilmente esportabile anche ad altri Paesi membri.
Autonomia, sussidiarietà, solidarietà e garanzia: vederli applicati in Italia per vederli applicare in Europa.
Il processo italiano di revisione costituzionale dovrebbe tener conto del mutato ruolo dello Stato nazionale e considerare con particolare attenzione la nuova realtà dell’Unione Europea che diversamente tende a creare una sempre maggiore osmosi tra gli Stati partner. Dovrebbe esigere dall’Europa gli stessi standard di democrazia indiscussi a livello nazionale e mostrare la forte volontà politica di convocare la Costituente europea per determinare un nuovo equilibrio tra le istituzioni nazionali e quelle comunitarie, e stabilire nuovi rapporti tra gli organi della stessa Unione.
In un’Europa dove il ruolo dell’Italia è in crescita, il nostro Paese ha la "grande occasione" di proporre un nuovo sistema democratico dove le decisioni nazionali siano più conformi alle reali esigenze dei cittadini e le istituzioni comunitarie direttamente rappresentative della loro volontà.
Un’Unione Europea con regioni autonome e tra loro solidali deve essere il modello del nostro federalismo: la reinterpretazione dei centri di interesse della società dovrà svincolarsi dalle attuali divisioni territoriali ed avvenire in una chiara cornice di cooperazione. La reale incidenza del singolo nella vita pubblica sarebbe accresciuta, stimolerebbe la partecipazione, concretizzerebbe l’ideale democratico e vanificherebbe definitivamente gli ostacoli nazionalistici all’Europa che vogliamo.
I giovani, la politica e l’Europa
Una attenta riflessione del rapporto esistente fra i giovani e l’Europa riteniamo sia una tra le questioni più urgenti che la GFE debba cominciare seriamente a porsi. Infatti, se da un lato appare chiaro che le somiglianze fra i giovani di diversi paesi, nonché la propensione all’incontro e allo scambio di esperienze, si siano costantemente sviluppate dal dopoguerra in poi, tanto da poter forse parlare oggi di una identità giovanile europea o forse occidentale, molto marcata, dall’altro lato appare ancora poco diffusa. la coscienza che la costruzione del nostro futuro esige una dimensione europea e, in prospettiva, mondiale per cui battersi.
La GFE dovrebbe divenire il luogo principale in cui questo possa avvenire. Ma questo significa essere costantemente presenti e visibili lì dove sono i giovani e lì stimolare il dibattito sull’Europa. Attualità dei programmi scolastici, ricerca di primo impiego, formazione professionale e ammortizzatori sociali della condizione giovanile: queste sono le tematiche che dovranno motivare ed arricchire il nostro messaggio in favore di una Costituzione per l’Europa.
Questi gli obiettivi principali e immediati del nostro movimento, questi la direzione da prendere e perseguire.
Bisogna smuovere e sensibilizzare di più i giovani; coinvolgerli, trovare la loro condivisione, istruirli per creare veramente un ampio movimento giovanile, quello per cui dovremmo essere nati.
I giovani sono il futuro, stanno rimanendo indietro. Compito nostro è dare loro maggiore informazione, creare maggiore interesse, inserirli in un ottica europea più completa, che non si limiti a quella fredda dell’Euro e delle banche, quello sterile, per troppi giovani, argomento da telegiornale.
Sta a noi farci vedere e conoscere, entrare nelle scuole e nelle Università, fondare un giornale per loro e mantenere vivo il contatto tra i giovani italiani e l’Europa.
I giovani italiani, infatti, avrebbero solo da guadagnare se acquistassero maggiore coscienza della loro posizione estremamente svantaggiata rispetto a molti altri giovani europei: qualsiasi loro giusta rivendicazione avrebbe poi una ben altra forza se si riuscisse ad incanalarla adeguatamente verso la dimensione e l’ottica europea.
Infatti il nostro welfare, già di per sé misero se confrontato con altri paesi dell’UE, è incentrato unicamente sulla famiglia, o meglio, sul capofamiglia adulto (assegni familiari). Questa situazione, frammista a quella che crea l’elevato tasso di disoccupazione giovanile, perpetua vere e proprie disuguaglianze generazionali.
É tempo allora che si pensi a misure preventive e tutelari, quali il reddito di cittadinanza soprattutto per i giovani, e che si investa massicciamente nella formazione affinché il futuro confronto globale mondiale non veda la classe giovanile perdente in partenza.
Riteniamo, inoltre, che anche i giovani italiani abbiano diritto a dei punti di riferimento istituzionali sia come singoli che rispetto alle loro realtà associative (non incentivate, né economicamente né culturalmente) . Ecco perché è importante anche l’impegno della GFE nella lotta per l’instituzione di un Consiglio nazionale dei Giovani affiancato da organismi analoghi a livello cittadino e regionale. Non si chiede nulla di più di quanto già avvenga in tutta la rimanente UE. Ciò potrà certamente contribuire a far sì che si smetta di interpretare i segnali che provengono dal mondo giovanile solo in termini di negatività e far emergere piuttosto la espressività e la creatività e le sue giuste rivendicazioni.
La GFE deve anche essa essere espressione di questa freschezza, e dovrebbe contrastare sia all’esterno che all’interno del movimento il fatto che una generazione divenga autoreferenziale, creda di poter plasmare quelle successive a propria immagine e somiglianza (cioè alleni ad esser "vecchi"), occupi tutti gli spazi e costruisca dei blocchi sia culturali che economici.
GFE, JEF, MFE.
Per avere un MFE più forte e più influente è necessario risolvere il problema del tesseramento della GFE e migliorarne il funzionamento. Dal 1990 la GFE si è praticamente dimezzata: il calo raggiunge fino oggi il preoccupante livello del 47%. La sopravvivenza del MFE in Italia è a rischio. É chiaro che il problema va risolto insieme, dalla GFE e dal MFE.
É inoltre motivo di preoccupazione non solo la difficoltà a nutrire di nuova linfa la GFE per il MFE, ma quella della continuità e della conservazione di un gruppo originario di persone, e cioè del mantenimento di un nucleo duro che sia punto di riferimento saldo e costante per i nuovi iscritti. Si può quindi dire che vi sono due aspetti del calo del tesseramento che devono essere affrontati simultaneamente: quello della volatilità degli iscritti e quello dell’acquisizione di nuovi iscritti.
Dal 1990 sono più di mille le persone che hanno abbandonato il movimento: un calo percentuale del circa 67% se considerato come andamento temporale con anno base il 1990. Quello che bisogna chiedersi è il perché. Al di là delle motivazioni personali, un trend estremamente negativo come quello che sta conoscendo la GFE è sicuramente causa di disfunzioni strutturali. A nostro avviso, le principali cause del calo sono da ricercarsi nella mancanza di una forte identità dell’essere GFE rispetto al MFE. La formazione dei giovani federalisti è infatti mirata alla conservazione dell’attuale assetto interno, non già all’innovazione e al continuo sviluppo. In altri termini, già da giovani, i giovani federalisti (si scusi la cacofonia) crescono come piccoli adulti, come garanzie fisiche della conservazione del MFE, si dà loro un imprinting predefinito. É sintomo di quanto detto la rarità estrema di prese di posizioni diverse e autonome rispetto la linea politica elaborata dal MFE, il seguire passo passo il cammino del MFE, il dimostrare di non saper camminare da soli ma sentire la necessità di esser presi per mano. Invero, non è questa l’espressione dell’unità del movimento, ma una forma di espressione della propria immaturità politica e generazionale. Questo "infantilismo politico" si ripercuote sia nell’immagine che si dà all’esterno (leggi: ai potenziali e nuovi iscritti) sia nei rapporti con la JEF.
Altro punto dolente e, in parte, causa dell’abbandono del movimento è il ruolo dei giovani nei rapporti con la JEF. La JEF dovrebbe essere il luogo in cui l’esperienza accumulata in sezione prima e a livello nazionale poi, trova il suo sbocco natural-federalista a livello europeo. Ma nei fatti, il giovane federalista si trova solo: gli manca un’organizzazione di supporto e di sostegno, gli manca un’identità veramente sua, si appiglia all’unica cosa che ha, cioè al MFE. Ma egli, non ancora seduto a pieno titolo alla "tavola dei grandi" e allo stesso tempo non più GFE, ha due sole alternative da seguire: portare avanti con sforzo le posizioni del MFE nella JEF o abbandonare tutto. É il momento dell’interiorizzazione che manca, è uno stadio di crescita, è, soprattutto, l’essere GFE nella JEF.
Sono note ai più le proposte di modifiche statuarie che vogliono innovare il movimento, e si fa riferimento, in particolare, all’autonomia della GFE e all’innalzamento del limite d’età: se fossero approvate, si comincerebbe a far funzionare la bussola per evitare che la nave federalista vada alla deriva . Ma, si sa, non basta un articolo dello statuto per invertire la rotta.
Gioventù Federalista Europea - Roma
