I NODI IRRISOLTI DELL'EUROPA:
L'OCCUPAZIONE

Genova, venerdì 15 maggio 1998

Auditorium del Teatro dell'Opera "Carlo Felice" - Sala Eugenio Montale


Strefano Milia
Movimento Federalista Europeo, Roma

Egregio presidente, gentili signore e signori,

vi porgo il saluto da parte della sezione di Roma del Movimento Federalista Europeo che ha voluto partecipare alla promozione di questo Convegno inserito nell'ambito del "Programma di informazione del cittadino europeo" PRINCE sostenuto dalla Commissione europea in particolare per il capitolo "Costruiamo insieme l'Europa" finalizzato ad illustrare le novità del Trattato di Amsterdam firmato il 2 ottobre del 1997 e attualmente nella fase delle ratifiche nazionali.

Si è scelto la città di Genova per l'analisi del nuovo capitolo del Trattato dedicato all'occupazione a causa della grande tradizione commerciale ed industriale di questa città e degli attuali problemi che ad essa risultano legati.

Ma altri due convegni, strettamente collegati a questo sono previsti per i prossimi mesi a Roma e saranno dedicati ad altri due aspetti chiave della recente riforma dei Trattati, cioè a quello della sicurezza interna ed esterna dell'Europa ed a quello delle Istituzioni dell'Unione.

Vorrei cominciare da una premessa e cioè quella che ritengo che sul tema lavoro si dovrebbe evitare qualsiasi posizione estremista: sia quelle che ipotizzano che con delle normative adeguate "da sole" si possa vincere la piaga della disoccupazione, sia quelle che affermano che il nuovo capitolo del Trattato avrà come unico risultato quello di occupare 30 persone, cioè quanti saranno i membri del costituendo "Comitato per l'occupazione".

Premetto anche che darò per scontato una valutazione positiva della trasposizione del "Protocollo sociale europeo" nelle disposizioni del nuovo Trattato, perché non potrà che contribuire ad una armonizzazione ulteriore delle condizioni lavorative nei vari paesi membri.

Il mio augurio e che questo convegno riesca, almeno parzialmente, a fornire delle risposte a due interrogativi che giudico fondamentali:

- il primo, è quello che riguarda il ruolo che l'Unione europea sarà in grado di avere nella messa a punto e realizzazione di politiche a sostegno dell'occupazione;

-il secondo riguarda l'individuazione di alcuni degli strumenti più efficaci, per assicurare che una crescita economica generale del continente si traduca poi anche effettivamente in nuovi posti di lavoro.

Rispetto ad entrambi questi interrogativi vorrei contribuire con delle brevi riflessioni che spero possano poi fungere da stimolo ai relatori che mi seguiranno.

Riguardo al primo degli interrogativi, mi pare fondamentale sottolineare che l'inserimento dell'obiettivo della promozione di "... un elevato livello di occupazione" tra quelli fondamentali dell'Unione (ex art.B del TUE e art.2 del TCE), appare un risultato apprezzabile e niente affatto scontato. Ormai da anni il problema della disoccupazione figurava tra i punti all'ordine del giorno dei vari vertici europei, ma tranne alcune laconiche dichiarazioni comuni e poi delle più chiare manifestazioni di voler affrontare il problema unicamente al livello nazionale, non si erano riusciti ad affermare dei progetti concreti, tranne che in un caso del quale mi riservo di parlare più avanti.

Con il Trattato di Amsterdam viene ufficialmente ammesso dai governi che per combattere la disoccupazione è necessaria una strategia coordinata a livello europeo. Certo la occasione politica immediata e circoscritta va attribuita alle pressioni francesi del governo Jospin e all'affermazione che ai parametri di Maastricht ora dovessero far seguito gli obiettivi dell'occupazione.

Comunque è in base a tale filosofia di riconoscimento comune della problematica che nasce il nuovo capitolo sull'occupazione del Trattato cioè il futuro Titolo VIII che include gli articoli dal 125 al 130.

In tali articoli i governi si impegnano:

- a elaborare delle strategie coordinate a favore dell'occupazione e in particolare promuovere la creazione di una forza lavoro competente, qualificata e flessibile e di mercati del lavoro in grado di reagire rapidamente alle trasformazioni dell'economia.

- di dare alle politiche nazionali per l'occupazione un indirizzo coerente con quello della politica economica comunitaria .

Le modalità di realizzazione individuate, invece prevedono che il Consiglio elabori degli orientamenti per gli Stati membri e alla fine dell'anno ne venga verificato lo stato di attuazione nei vari paesi, dopodiché agli stessi potranno essere rivolte eventualmente delle raccomandazioni.

Viene comunque specificato con chiarezza, che l'azione dell'Unione può essere solo integrativa di quella degli Stati, i quali rimangono gli unici veri responsabili in questo campo. Anche di fronte all'evidenza del fatto che essi da soli non riescono a proporre delle risposte efficaci al problema, i governi nazionali preferiscono tuttavia ancora non dotare l'Unione ne di istituzioni proprie in grado di avviare delle politiche innovative per l'occupazione contrastando gli effetti negativi della globalizzazione e cogliendone quelli positivi, ne di dotare l'Europa dei necessari mezzi finanziari.

In un campo così strategico, anche per quanto riguarda il consenso dei vari elettorati nazionali, la dinamica politica preferisce ancora troppo spesso la manifestazione di sovranità ormai svuotate di efficacia alla elaborazione di nuovi più ampi processi riformatori.

 

Con ciò giungo alla questione inerente gli strumenti più adeguati per fronteggiare la piaga della disoccupazione.

A Lussemburgo nel novembre del 1997 si è tenuto un pomposo vertice europeo straordinario dedicato esclusivamente all'occupazione, ma i provvedimenti approvati continuano ad apparire di una portata relativamente modesta.

Si è tentato di fissare degli obiettivi concreti validi a livello europeo, quale quello di rendere possibile che entro 5 anni si possa offrire ad ogni giovane una nuova opportunità di lavoro prima del sesto mese di disoccupazione e ad ogni adulto prima del dodicesimo. Però le uniche risorse che possono essere considerate strettamente europee stabilite in questa sede sono un piano di finanziamento alle medie e piccole imprese e alla ricerca.

Ora i risultati del Vertice, che si proponeva di mettere in tal modo alla prova da subito i meccanismi previsti dal Trattato di Amsterdam , appaiono deludenti soprattutto se messi a confronto con quello che i governi dell'Unione avevano già approvato nel 1993. Mi riferisco al piano Delors, che dalla natura ben più ambiziosa, fu poi di fatto accantonato.

In esso a differenza che nella maggior parte delle dichiarazioni più recenti, erano contenuti dei termini e degli obiettivi ben precisi nonché un piano dettagliato di grandi investimenti che aveva lo scopo di riorganizzare il mercato del lavoro e di rendere più competitivo il continente europeo. Oggi si ritiene piuttosto che sarà la stabilità finanziaria dovuta all'introduzione dell'Euro che renderà possibile raggiungere ugualmente i risultati sperati.

Personalmente ritengo invece che essa non potrà essere sufficiente se non sarà accompagnata da altre misure quali ad esempio una riforma ed armonizzazione della fiscalità in Europa, magari indirizzata da considerazioni di un nuovo tipo di crescita più sostenibile dal punto di vista ecologico. Ma su questo punto assistiamo ancora a forti opposizioni da parte di vari governi nazionali poco disposti a compromessi sul lato della loro sovranità fiscale.

 

Concludendo, credo che sia inevitabile non riflettere sul fatto che anche il problema della disoccupazione in Europa difficilmente potrà trovare una soluzione adeguata se prima non si scioglie uno dei paradossi più attuali del processo di integrazione cioè il fatto che ora vi siano 11 governi senza una moneta ed una moneta senza un governo.


Enrico Da Molo
Direttore Ufficio Politiche Comunitarie e Internazionali del Comune di Genova
Nel quadro delle mie competenze sono responsabile della gestione e del coordinamento di tutti i progetti finanziati dalla Comunità europea effettuati dal Comune di Genova.
Mi sono sembrati molto interessanti sia il primo che il secondo intervento, anche perché ho ascoltato alcune parole chiave ricorrenti in numerose sedi e, in particolare, alla Commissione europea, dove ho lavorato per sei anni, dal 1991 al 1997.
La prima parola, citata più volte nel corso dell'ultimo intervento, è sussidiarietà. Il principio di sussidiarietà è stato introdotto non molto tempo fa: le idee su questo concetto non sono mai state molto chiare. Dal mio punto di vista di ex funzionario della Commissione europea, sussidiarietà ha significato l'impoverimento dei poteri dell'Unione in favore dell'aumento dei poteri degli Stati membri. Il principio di sussidiarietà, in sostanza, afferma che soltanto laddove è necessario - e anche in questo caso è difficile stabilire quando - l'Unione europea ha facoltà di intervento. Quindi si tratta di un aumento, di uno squilibrio dei poteri, a livello nazionale, rispetto alla situazione degli anni '80, dall'Atto Unico in poi, quando c'è stata una grandissima produzione legislativa a livello comunitario che a mio avviso ha avuto risultati decisamente positivi.
Perché dico decisamente positivi? Perché in tal modo sono state poste le basi per creare un mercato unico. Anche se è vero che sussistono ancora molti nodi irrisolti. (...)
Un problema su cui occorre riflettere è quello della cosiddetta "deregulation", ovvero lascia-re che sia il mercato a stabilire le proprie regole. È vero che in alcuni casi c'è una sovrap-produzione legislativa e un eccesso di dettaglio nella normativa, al punto che vengono imposti inutili legacci alla produzione o all'economia. È anche vero, però, che abbandonato a se stesso e ad un sistema di autogoverno, il mercato sicuramente non risponderà alle esigenze dei cittadini. Mi spiegherò con alcuni esempi concreti.
La produzione legislativa comunitaria ha assunto come base, negli ultimi dieci-dodoci anni, dei requisiti fondamentali di sicurezza - mi riferisco alla produzione industriale. In questo modo viene lasciata al singolo produttore la facoltà di stabilire quale soluzione tecnica adottare per ottenere questo risultato. Però vengono fissate delle regole che prescrivono che un determinato prodotto abbia determinate caratteristiche, perché altrimenti si creano rischi per la sicurezza dei cittadini. Sono d'accordo quando si dice che, talvolta, la produ-zione legislativa è eccessiva. Invece non concordo quando si afferma che non dev'esserci produzione legislativa se non quando è necessario, perché la produzione legislativa, nor-mativa, regolamentare è quella che consente di fissare determinati standard che fanno sì che poi le stesse aziende europee siano favorite nella competizione con altre aziende di altri Stati.
Vorrei far riferimento in questa sede ad un'esperienza che ho verificato personalmente. Per quanto riguarda i dispositivi medici - quelli che un tempo in Italia si chiamavano presidi medico-chirurgici - dal 1984 esiste una direttiva che stabilisce requisiti comuni, che prevede la marcatura CE, così come tante altre direttive. Nessuno l'aveva mai pensato, ma si è scoperto, nel corso del tempo, che la marcatura CE è un formidabile strumento di competizio-ne commerciale, per cui le aziende europee che vendevano in Asia o in Sud America determinati prodotti, soltanto per avere la marcatura CE, ottenevano un vantaggio competiti-vo nei confronti di aziende statunitensi o giapponesi. Cosa significa questo? Significa che fissare delle regole per i produttori agevola gli stessi produttori nella competizione con produttori di altre aree geografiche, e l'effetto ultimo consiste nell'avere una produzione di qualità.
Un altro dei temi toccati - che si riallaccia al precedente - è quello del Libro Bianco di Delors "Crescita, competitività, occupazione". Credo che, al di là degli equilibrismi, delle di-chiarazioni di principio e della stima nei confronti dell'ex Presidente della Commissione europea, occorre dire che è stato un fallimento, perché legava la crescita ad una creazione di impiego che non ha avuto luogo. Bisogna prenderne atto, così come bisogna ammettere che il Libro Bianco di Delors prevedeva una serie di investimenti pubblici in grandi infrastrutture che in parte verranno realizzate, ma che di per sé non sono state in grado di creare occupazione. Assistiamo al paradosso per cui in quasi tutti i paesi europei - non posseggo i dati e non sono un economista - si verifica una crescita e anche un aumento della disoccupazione. Il che significa che le due cose non sono legate fra loro.
Si è parlato di globalizzazione legata alla competitività e alla crescita. Ora, io vedo la competitività come competitività di un'azienda nei confronti dei suoi concorrenti; non la vedo come competitività di un sistema, ad esempio l'Europa rispetto ad altri, come gli Stati Uniti: che un'azienda possa competere con un'altra mi sembra un'osservazione chiarissima, ma che un sistema, un continente, ad esempio l'Unione europea rispetto agli Stati Uniti, possano competere mi sembra un concetto piuttosto vago.
Quello della globalizzazione, della mondializzazione è un dato di fatto su cui non si può intervenire; non è possibile neppure stabilire se sia un bene o un male, è un dato di fatto di cui le aziende devono prendere atto parlando di competitività. L'azienda troverà il modo per essere competitiva, ovvero per far costare di meno i propri prodotti - e qui mi riallaccio al discorso precedente sulle regole che devono essere fissate affinché la produzione sia una produzione di qualità, oppure affinché un prodotto costi magari di più ma sia migliore di un altro. E anche questo è un fattore che agevola la competitività.
Questa lunga divagazione, che comunque è stata stimolata dall'intervento precedente, mirava a stabilire cosa possa fare un ente locale come il Comune di Genova - e così qualsiasi altro Comune, come pure qualsiasi città - in merito all'occupazione e in relazione al-l'Europa. Io credo possa fare moltissimo, perché mi sembra che le grandi strategie per l'occupazione, le grandi idee, i grandi documenti, alla fine lascino la situazione immutata nella maggior parte dei casi, come dimostra l'esempio citato del Libro Bianco di Delors. Ritengo che il livello locale, la città, l'ente locale siano sicuramente nella posizione migliore per va-lutare, per capire, per promuovere la crescita dell'occupazione, perché a mio parere, ma non sono il solo a pensarlo, sono moltissime le possibilità di occupazione strettamente legate al territorio e che possono essere gestite soltanto a livello locale.
In particolare, il Comune di Genova ha preso parte a due progetti transnazionali cofinanziati dalla DGV della Commissione Europea, ossia la Direzione Generale che si interessa dell'occupazione. Entrambi questi progetti puntano a cercare e a individuare i bisogni a livello di servizi destinati alla persona, in particolare agli anziani e ai bambini, in materia di ambiente, di cultura, e più in generale di assistenza, tematiche fortemente legate al territorio e nelle quali probabilmente - e lo dico perché nessuno ha la soluzione in tasca e siamo ancora in fase di studi - c'è una potenzialità di creazione di occupazione che non sia fine a se stessa, ma che renda un servizio, che svolga una funzione tale da migliorare la qualità della vita in una grande città. Io credo che questo sia un punto fondamentale che verrà si-curamente sviluppato nelle politiche comunitarie dei prossimi anni: grande attenzione alle politiche urbane e alla loro capacità di creare occupazione proprio in relazione a questi bisogni, che fino a qualche anno fa non erano avvertiti o venivano risolti al di fuori delle statistiche occupazionali (il vicino di casa, il parente, e così via), ma che possono diventare veri e propri lavori, che servono al benessere di una collettività. Su questa propsettiva credo sia importante riflettere e insistere: il sistema europeo, in cosa può differenziarsi rispetto al sistema giapponese o statunitense o a chissà quanti altri modelli di sviluppo? Proprio nel benessere dei cittadini europei rispetto a situazioni più crudeli, in cui la competizione sociale e le diseguaglianze siano fortissime. Il modello europeo può caratterizzarsi per questo, e a tale scopo occorre prestare grande attenzione al livello locale, all'ente locale di base, alla città, soprattutto perché è nelle città che più si avvertono questi bisogni, la mancanza di determinati servizi e di prestazioni che non devono essere svolte necessariamente dal potere pubblico. Il potere pubblico e, in particolare, un Comune, un'amministrazione comunale, non devono forzatamente svolgere in prima persona questi servizi, ma possono sicuramente fare in modo che vengano individuati bisogni e possibilità di occupazione. E comunque - e qui di nuovo è necessario che a livello comunitario si prenda coscienza di quest'esigenza, anche dal punto di vista operativo - può creare la spinta, il volano, il motore, finanziando determinati settori. Un "public spending" che poi diventerebbe un "local spending", su cui la Commissione Europea deve allocare risorse adeguate - cosa che attualmente non accade. Al di là di qualche ricerca, di qualche studio, di qualche progetto di entità finanziaria modesta, finora sono state finanziate grandi infra-strutture, le piccole e medie imprese oltre che le grandi, in maniera magari nascosta o sottesa, mentre non vengono finanziate le iniziative in favore della cittadinanza. Questo a mio parere è un punto su cui occorre riflettere.
Ho partecipato quindici giorni fa a un seminario operativo della Commissione a Bruxelles. So che la Commissione quest'estate renderà noto un piano d'azione sulle politiche urbane. È necessario, a mio parere, prestare grande attenzione a questo tema: l'Europa, che nei primi due decenni e mezzo della sua esistenza, fino a metà degli anni '70, è stata un'Euro-pa politica - dichiarazioni di principio e poca operatività, tranne forse nei casi dell'agricoltu-ra e del carbone e dell'acciaio - e che poi è diventata fino al '92 l'Europa del mercato, con la creazione del mercato unico - una grandissima conquista che tuttavia è sostanzialmente uno strumento per le imprese - e che negli ultimi anni è diventata l'Europa dell'euro, della moneta, a partire dal 2000, col prossimo millennio, dovrà adottare misure concrete - mi riferisco a linee di finanziamento, linee budgetarie, programmi operativi - in favore dell'Europa dei cittadini, con particolare attenzione alle città, alle loro difficoltà e ai bisogni che nelle città si esprimono.
Credo che il Comune di Genova stia cercando, quanto meno, di inserirsi in questo dibattito, partecipando a questi due progetti e ad altri due che sono in fase di avvio: il primo si chiama "Welfare Municipal", quindi già il titolo è abbastanza significativo; l'altro si chiama "Developing the Economy from within", cioè sviluppare l'economia dall'interno. Sono pro-getti di studio, che cercano di capire come muoversi, ma non sono progetti da finanziamento pesante, quindi non sono progetti operativi. Credo che sia necessario insistere in questa direzione - è il caso della città di Genova, come pure di tutte le città europee - affinché la tematica dei bisogni cittadini sia fortemente avvertita e supportata, anche dal punto di vista operativo, dalle istituzioni comunitarie. Credo di non aver altro da aggiungere, se non uno spunto "ironico" per quanto riguarda la parte istituzionale dell'Europa. Parlando in questi termini so di attirarmi delle antipatie, ma ritengo che non si possa contare molto sul Parlamento europeo. È triste dirlo, ma rischia di essere una sede dove gli interessi particolaristici, di lobbying nel senso peggiore del termine, tendono ad emergere e dove tutto rischia di diventare ingestibile. Il principio è validissimo: facciamo sì che il Parlamento europeo abbia i più ampi poteri possibili nel fissare le linee guida, le strategie, il quadro, ma al tempo stesso io auspico che venga tolto al Parlamento europeo quest'onere, che poi è realmente un "impiccio", qualcosa che non sa gestire, di occuparsi del dettaglio dell'operatività di queste strategie così definite. Per fare un esempio: che il Parlamento europeo decida che i bulloni devono avere una filettatura, ma che sia poi la Commissione o qualche altro organismo a definire se la filettatura debba essere di 4 o di 6 millimetri.
Cerchiamo di non cadere nell'errore italiano - credo soltanto italiano - per cui qualsiasi dettaglio deve essere deliberato da due Camere di 630 persone ciascuna. Diamo al Parlamento europeo i più ampi poteri nel fissare le linee guida, ma non siamo così ipocriti da pensare che i circa 600 parlamentari provenienti da 15 Paesi possano deliberare anche nel dettaglio.


Enrico Clerici
Associazione Giovani Liberi Professionisti

Noto che molto spesso, quando si affrontano questi problemi, si tende a parlare dell'occu-pazione intesa come lavoro subordinato e dei rapporti fra impresa e lavoro subordinato, forse tralasciando di parlare di coloro che svolgono un'attività autonoma - i liberi professionisti, appunto - che, a mio avviso e a nostro avviso, rivestono un ruolo molto importante nella società. A tale proposito voglio leggervi una brevissima relazione che questo importante tema, "I nodi irrisolti dell'Europa: l'occupazione", ha suggerito all'associazione.
Innanzitutto il tema del convegno ci induce a spogliarci dell'abito di cittadini appartenenti ad uno stato nazionale sfidandoci ad indossare le vesti di abitanti di un villaggio globale. Operazione, questa, senz'altro non facile, specialmente per noi italiani così legati, ancor più che al nostro paese, al nostro comune, al nostro territorio rigidamente delineato e fieramente difeso da intrusioni esterne, siano esse fisiche o ideologiche. Eppure, anche se con fatica, le libere professioni, al pari di altre categorie produttive, stanno tentando di esprimere la loro modernità senza più indugiare in una concezione passatista, ricca di suggestioni ma anche di retorica, fortemente legata a fenomeni territoriali.
Siamo in presenza di transizione politica, culturale, economica, che investe tutti i campi e non può non riguardare anche quello delle libere professioni. L'aspetto relativo alle profes-sioni liberali deve essere colto non solo nella dimensione delle novità che sono maturate, o meglio stanno maturando, in Italia, ma anche all'interno del progressivo vincolo derivante dall'europeizzazione.
Le riflessioni svolte in tema di professione risultano un punto riassuntivo importante delle riforme che maturano nel mondo produttivo e in quello della cultura, in una società attraversata da così profonde spinte di trasformazione, tanto da determinare una contraddizio-ne, quasi una frattura, tra le novità riscontrabili nella società civile e quella sorta di anchilo-si delle istituzioni che non riescono a creare momenti di reale governabilità intorno a questi fenomeni. È possibile fin d'ora affermare che, in un prossimo futuro, la tendenza di sviluppo del terziario, e al suo interno quello delle libere professioni, attuali e nuove, sarà accelerato.
Il lavoro intellettuale, insomma, sarà, e in parte già lo è, la caratteristica dominante nella società postindustriale transnazionale in cui siamo entrati, informando quel settore terziario che è in continua e costante crescita già da molti anni.
A conferma di ciò, e qui voglio portare due dati, si pensi che nell'arco di appena 8 anni, dal 1988 al 1996, il numero dei dottori commercialisti che esercitano in Italia è aumentato del 70%, pari a quello dei ragionieri, mentre il numero degli avvocati nello stesso periodo ha avuto un incremento del 43%.
Nella sola Liguria, poi, ci sono circa 170 geometri ogni 100.000 abitanti, 60 architetti e 44 ingegneri. Il fenomeno sembra quindi non trovare ostacoli ed interessa tutte le categorie. D'altronde, il livello spesso drammatico di disoccupazione, conseguenza di un'eccessiva rigidità e burocratizzazione del sistema sociale ed economico e di una radicata ricerca di stabilità e sicurezza collettiva, ha spinto molti giovani verso le attività libero-professionali, siano esse tradizionali o totalmente nuove (si pensi al settore dell'informatica, dell'ambiente, ecc.).
Ebbene, a fronte di tutto ciò si deve purtroppo riscontrare quell'anchilosi istituzionale a cui si faceva cenno precedentemente; un'anchilosi che, più o meno coscientemente, ha fre-nato, ostacolato, compresso il naturale sviluppo del terziario e, nel caso in esame, delle professioni. Troppo spesso, con assurde leggi fiscali, si sono discriminate le categorie libe-ro-professionali e avrebbe dovuto esservi - ma così non è stato - uno scambio di idee molto stretto fra forze politiche e liberi professionisti, poiché la società ha bisogno di inno-vazioni sul piano legislativo che tengano conto dei mutamenti. Le novità devono essere gestite in positivo, attraverso l'elaborazione di nuove regole della convivenza democratica mediante le distinte, legittime esigenze dei cittadini, delle diverse classi e dei diversi operatori. Le professioni intellettuali, al pari del mondo dell'imprenditoria, sono e restano forza lavoro ed è per questo che è necessario, da parte delle istituzioni, il massimo impegno per realizzare quell'adeguamento indispensabile al mutato scenario del mercato attuale, nella piena salvaguardia, però, e nel rispetto delle categorie libero professionali e degli enti che le rappresentano.
Per contro, il mondo libero-professionale deve impegnarsi a sviluppare le sue attività con caratteristiche di specializzazione, interdisciplinarità, efficienza imprenditoriale, per poter far fronte allo sviluppo interno delle discipline professionali. Solo così si potrà rispondere alle giovani generazioni che manifestano in maniera sempre più crescente l'intenzione di dedi-carsi a queste attività e solo così si potranno realizzare le condizioni favorevoli alla rivitalizzazione delle professioni tradizionali, nonché allo sviluppo di quelle nuove e di quelle che sorgeranno.
Infine, soltanto attraverso l'impegno delle forze politiche, con l'imprescindibile concorso del mondo libero-professionale, si potrà favorire la strategica emigrazione delle risorse umane e finanziarie dai settori improduttivi a quelli produttivi, dal pubblico al privato, dai mercati protetti a quelli concorrenziali, dando risposte certe ed adeguate alle aspirazioni giovanili.
E concludo. Tutto ciò, e d'altra parte non potrebbe essere altrimenti, favorirà l'occupazione diretta e indotta in un ideale circolo virtuoso che conduca verso un assetto statale e sociale moderno e quindi anche i liberi professionisti saranno in grado di entrare in Europa. Grazie.


Prof. Rolando Rizzetto

Ricordo i convegni che si tenevano qui tanti anni fa, quando c'era ancora Spinelli. Allora c'era più entusiasmo tra i giovani, perché vedevamo nel futuro la speranza.
Dalla creazione della Comunità europea sono passati quasi 50 anni e finalmente siamo ar-rivati a ottenere la speranza di una moneta unica, ma manca qualcosa dentro di noi, cioè il desiderio di essere europei. Non è possibile che trascorra tanto tempo per risolvere certi problemi della società che a mio parere potrebbero essere risolti in tempi molto più brevi, se tutti condividessimo realmente il desiderio di essere cittadini europei. Altrimenti accadrà che ci "scanneremo" tra noi, pur appartenendo alla stessa famiglia e vivendo sotto lo stesso tetto.
Ho molto apprezzato i discorsi ascoltati in precedenza, specialmente quello del dott. Mari-no, in cui si trattava dell'atteggiamento che l'Europa dovrebbe assumere oggi nei confronti di grandi strutture mondiali come gli Stati Uniti e il mercato economico statunitense, e quello del dott. Da Molo, del Comune, in cui si affermava che la marcatura CE ha consentito all'Europa di entrare dentro questo mercato mondiale. E allora è questa la via che dob-biamo seguire: non contare soltanto sulla presenza di una spalla forte, come possono essere stati gli Stati Uniti, che ci hanno aiutati con i piani Marshall alla fine della guerra.
Se fossimo tutti d'accordo, dovremmo essere abbastanza forti da non aver più bisogno di nessuno. Quindi, non soltanto i problemi possono essere risolti a livello locale, ma i nostri giovani potrebbero trovare occupazione all'estero. Prendiamo ad esempio l'Africa: essa è andata frantumandosi in mille pezzi, da quando sono nati degli staterelli scarsamente difendibili da un punto di vista politico, in quanto semplicemente appoggiati da una struttura o dall'altra e quindi in antagonismo tra loro. Queste popolazioni non erano educate a vivere assieme. Non vorrei che lo stesso accadesse in Europa, perché pur avendo la stessa cultura e una forza dentro di noi capace di risolvere ogni problema, sia economico che socia-le, non siamo educati a vivere assieme. Il problema dell'emarginazione che esiste negli Stati Uniti, dovuto alla diversità fra gli stipendi bassi e quelli altissimi, è trattato come fosse una vittima da immolare a un Dio, che sarebbe l'occupazione. Ma questa è una falsa occupazione.
Preferisco stipendi più bassi a livello di dirigenza e un po' più alti a livello di base, in modo che non ci sia un divario troppo elevato. Preferisco il modello europeo a quello americano, se quello americano mi propone simili finzioni: se sono dirigente, vengo licenziato, mi metto a fare il camionista e guadagno venti, cento volte meno di quello che guadagnavo prima; il mio stile di vita, fino a quel momento, è stato completamente diverso da quello di coloro che hanno sempre fatto quel lavoro. E questa è una grande ingiustizia di base. D'altra parte non mi sembra strano, perché la cultura americana ha queste caratteristiche, è es-senzialmente pragmatista, quindi i diritti della società, del singolo molto spesso non contano niente. Questa mentalità noi non dobbiama accettarla, perché come europei abbiamo una cultura. Noi abbiamo insegnato loro come muoversi, poi ci hanno superati sotto diversi aspetti, con la loro praticità e la loro bravura, ma il modello americano presenta delle con-traddizioni notevoli.
Quindi sono lieto che vi sia un Parlamento europeo, anche se potrebbe avere un potere eccessivo nella gestione di problemi particolari, locali. L'importante è che esista un'autorità di questo tipo. Ritengo però assurdo che a livello di Parlamento ci si occupi di particolari tecnici, che pos-sono essere risolti a livello nazionale, o regionale, o comunale, o del singolo artigiano. Io, in particolare, mi occupo di igiene degli alimenti, di igiene ambientale, di acque marine, e così via. I giornali parlano del Mediterraneo e del suo pessimo stato. Non è vero. Il nostro mare non è moribondo e la nostra legislazione di tutela delle coste è validissima. La legi-slazione nazionale sui requisiti che devono avere le acque balneabili è stata la più severa, prima di essere modificata: noi non ammettevamo la balneazione se l'acqua aveva più di 100 coliformi totali per 100 ml, più di 100 coliformi fecali su 100 ml, più di 100 enterococchi su 100 ml. La legislazione francese doveva tenere conto delle acque del Mediterraneo, ma anche di quelle più a nord, e parametri troppo severi avrebbero significato il divieto di bal-neazione nelle acque del nord. E gli olandesi, che sono abituati a fare il bagno in acque molto più sporche delle nostre, sarebbero stati costretti a chiudere i loro stabilimenti bal-neari. Allora, a livello europeo, sono stati innalzati i limiti. Ci additano perché da noi ci sono la salmonella, il tifo e varie altre malattie, ma le abbiamo anche perché importiamo cozze e mitili dall'Olanda. Infatti in Olanda le cozze vengono fatte crescere nei polders, dove il mare è più inquinato del nostro perché è artificiale.
Esisteva una legislazione italiana forte e stabilizzata, che imponeva determinati requisiti a ciò che un paese europeo voleva esportare in Italia. Ora questa legislazione non è più vali-da, perché altrimenti i francesi non venderebbero più nulla. Comunque è la salute pubblica che deve essere posta al centro della legislazione su questo tema: la persona sana ha il diritto di non ammalarsi. Per rendere uniforme la legislazione sulla balneabilità si voleva in-nalzare a 5000 totali per 100 ml e a 1000 fecali per 100 ml. Alla fine si è trovato un accordo sul limite di 2000 totali, ma si è mantenuto il limite dei fecali a 100 ml. Questi sono i para-metri di cui parlano i giornali; i coliformi sono batteri presenti nel nostro intestino e si chia-mano così perché sono simili alle escherichia coli che si trovano nel colon, quindi sono germi intestinali. Questi coliformi si distinguono in due tipi: quelli che provengono dal nostro intestino e quelli che provengono dall'intestino di animali a sangue freddo, come lucertole e topi. I più pericolosi sono quelli che vengono dai topi e dagli animali a sangue caldo, e non da quelli a sangue freddo. I coliformi totali sono quelli provenienti da animali a sangue freddo e non pregiudicano la salute; sono un indice di contaminazione superficiale ambientale. L'Italia l'ha avuta vinta, a livello europeo, nell'insistere a tenere basso il numero dei colifecali.
Quando le acque sono al di sopra di questi limiti è giusto che venga vietata la balneazione, anche attraverso le multe, perché è in gioco la salute delle persone. Per migliorare la si-tuazione di queste acque, si potrebbero impiegare persone in progetti come, ad esempio, quelli di smaltimento dei liquami nel mare, che da noi non sono stati presi in considerazione. Evidentemente è stato ritenuto più importante spendere miliardi per i depuratori, perché è migliore l'immagine; ma abbiamo dimenticato che i nostri depuratori, che funzionano be-nissimo, sono molto appropriati quando il mare è basso, ad esempio nell'Adriatico, dove costituiscono l'unico sistema per pulire le acque. Ma da noi era sufficiente ciò che si è rea-lizzato a Rapallo, cioè delle condotte sottomarine che corrono a pochi chilometri dalla costa e a duecento metri di profondità: in questi casi non ci può essere inquinamento perché av-viene una depurazione immediata. Infatti, quando le condotte sottomarine portano i liquami grigliati a una certa profondità, dei diffusori li disperdono in particelle microscopiche che vengono a galla; venendo a galla passano attraverso l'acqua, quindi ricevono l'ossigeno, si ossidano e quando arrivano in superficie sono completamente mineralizzate. Questo si-stema costa pochissimo, perché comporta solo l'acquisto e l'impianto di tubature nel mare. Invece in molti casi si è preferito, per l'immagine, avere un depuratore, che spesso non ri-solve la situazione. Infatti spesso succede che i depuratori sono dimensionati per un certo numero di persone, per cui d'estate col turismo risultano sottodimensionati. E allora si è costretti ad installare queste condotte, allo scopo di eliminare il surplus di materiale fecale prodotto durante la stagione estiva.
Il mio discorso puntava a dimostrare che il nostro mare è validissimo perché è oligotropico, il che vuole dire che non ci sono nutrienti come può accadere nell'Adriatico. Questo mare è pieno di nutrienti a base di azoto, di fosforo, che derivano dal Po, quindi dai suoi affluenti, le cui acque a loro volta sono contaminate dagli allevamenti di maiali e bovini della Valle Padana. Lo sterco di maiale, ad esempio, è ricchissimo di fosfati, che finiscono nelle acque ad alimentare le alghe. Le alghe a loro volta sottraggono l'ossigeno, che servirebbe alla depurazione naturale delle sostanze organiche, e addirittura fanno morire i pesci. Da noi questo non succede, perché il nostro mare è pulito e perché è profondo. Anzi avremmo bi-sogno di buttare in mare la sostanza organica per far crescere i pesci, dato che probabil-mente è stato sfruttato eccessivamente.
Ma torniamo alla posizione dell'Europa in campo alimentare e al recepimento nazionale italiano di normative europee che sono basate, come diceva Da Molo, sulla sicurezza. Que-ste leggi mirano ad ottenere un prodotto di qualità. Si tratta di un concetto di natura ameri-cana, poi recepito a livello europeo, e su questa base sono state create delle leggi per farlo applicare dai singoli stati. Ed è un concetto giusto: solo così possiamo anteporci agli altri, solo così possiamo entrare nel mercato, proporci in modo valido. Anche se diverse società possono disporre di manodopera a buon mercato (Giappone) o di capitali ingenti (Stati Uniti), noi possiamo introdurci nel mercato mondiale (a livello asiatico o africano o sudame-ricano) con la qualità del prodotto e del marchio europei. Solo così si aprono automatica-mente gli spazi per i giovani che possono andare a lavorare fuori del loro paese. Ma per poterlo fare è indispnsabile anche avere una mentalità adeguata. Non bisogna più essere ancorati al proprio "paesello", non bisogna più alimentare rivalità tra vicini, ma occorre ve-dere il mondo secondo un'altra visuale.
Anche l'autocontrollo degli alimenti è una legge nuova che cerca di prevenire le malattie trasmissibili attraverso gli alimenti. Finora i controlli venivano effettuati sui prodotti finiti. L'applicazione della legge quadro 283 sull'igiene degli alimenti, integrata parecchi anni do-po, aveva un difetto: il controllo degli alimenti consisteva nell'acquistare diversi alimenti da diversi negozi nelle città, portarli al laboratorio provinciale, esaminarli e dare un giudizio. Questo sistema presentava parecchie lacune: spesso la campionatura era limitata a certe zone della città e non si estendeva ad altre. Oggi invece, con la direttiva CEE dell'89 n. 397, recepita dal decreto legge 123 del 3/3/93, la situazione è cambiata. I controlli alimen-tari ufficiali vengono effettuati senza preavviso, vengono verificati i processi tecnologici di produzione, vengono controllate le attrezzature, i macchinari, ecc., che prima invece non erano sottoposti a controllo. E questo controllo sulla produzione è importante. È senz'altro importante sapere se dentro un alimento non ci sono germi, ma per arrivare a verificarlo bisogna andare a vedere come è stato fatto. Quindi occorre controllare la produzione, se siano a norma i macchinari, se ad esempio i frigoriferi raggiungono effettivamente la tem-peratura di 4 gradi, eccetera. Se si vogliono ottenere davvero dei risultati occorre abolire le finzioni. Solo se avremo macchinari che funzionano davvero, potremo essere competitivi. Altrimenti rimarremo i so-liti italiani "che si arrangiano", secondo un'immagine stereotipa che dovremmo cancellare completamente.
La seconda fase era quella del campionamento con prelievo dei campioni esaminati. La di-rettiva CEE del '93 n. 43 è stata recepita recentemente nel '97 dal decreto legge 155. Se-condo questo decreto legge, entrato in vigore nel giugno di quest'anno, la responsabilità dei controlli non spetta più solo alle autorità sanitarie locali ma è demandata allo stesso commerciante. Questo implica un rischio. O abbiamo una mentalità per cui l'igiene del pro-dotto non ha alcuna importanza rispetto al proprio utile, o abbiamo una mentalità europea, ma per questo occorre cambiare alcune cose. Molti italiani non sono preparati ad assumer-si questa responsabilità.
Qui si apre un nuovo campo per i giovani che vogliono lavorare: studiare queste leggi e andare ad insegnare ai singoli gestori di ristoranti, di rosticcerie, ecc. cosa devono fare. Infatti questi ultimi, per ora, sono obbligati a preparare un manuale in cui devono esporre in modo preciso come vengono trattati i cibi, ma non sono in grado di farlo. Le associazioni di categoria hanno già predisposto un manuale di questo tipo, che dovrà essere approvato a livello ministeriale e di Istituto Superiore della Sanità; ma la personalizzazione del manuale resta comunque difficile, anche perché è un concetto nuovo, europeo. Con l'attuazione di questo decreto legislativo si tenta di responsabilizzare il produttore in modo da ottenere davvero un prodotto di qualità. Allora potremo esportare con tranquillità i nostri prodotti, senza che si dica, ad esempio, che casi di botulismo in Finlandia sono stati causati da prodotti italiani.
L'Italia in questo momento si trova ad affrontare una strada che secondo me può portare a un futuro radioso, come pure ad un vicolo cieco. Dobbiamo cercare di non perdere questo treno. Gli altri paesi si sono dimostrati più accorti perché erano già organizzati, perché sa-pevano già come applicare le leggi europee, che invece a noi creano molte difficoltà. Sa-rebbe necessario un maggior senso di responsabilità a livello europeo da parte dei tecnici, il cui compito consiste nel portare al Parlamento europeo piani concreti.


Prof. Carlo Semino

La mia relazione sarà breve poiché noto che gli studenti - i miei interlocutori principali - so-no assenti. Infatti il problema dell'occupazione è quello che li tocca più da vicino. Io parto sempre dal concetto che in uno stato sarebbe più giusto togliere qualcosa ai vecchi per da-re di più ai giovani, una tendenza che in questo momento non riscontro nel nostro paese. Prima si è parlato di "mentalità europea" contrapposta ad una "mentalità italiana". Noi ita-liani dovremmo decidere anche a livello politico "cosa fare da grandi", cioè in quale compe-tizione globale vogliamo inserirci, con quali strumenti, e in quali settori desideriamo investi-re. Infatti più saranno importanti la globalizzazione, l'inglese, più sarà importante, parados-salmente, la specificità del genovese. "Cosa vogliamo essere da grandi ?": lo si può chie-dere anche alla stessa città di Genova. Su quale rotta ci vogliamo lanciare, quali sono i settori nei quali l'Italia deve affermare la sua specificità, prima nel nostro stesso paese, poi in Europa, poi ancora nel mondo? È questo il concetto d'Europa: mettere in competizione i singoli stati con le singole specificità, e le specificità vincenti devono competere su tutti i mercati globali.
Purtroppo, a mio parere, l'Italia (e forse la stessa Europa) è molto statica, più simile a una vecchia signora, e non sembra mostrare quella dinamicità che in questo momento compete ad ogni singolo stato o nazione. Noi dovremo gestire il cambiamento. Ormai viviamo in una società che qualcuno ha definito "turbo", estremamente dinamica. Ridurrei al concetto di conoscenza anche il concetto di nuove professioni. Le persone, o le attività, che non sono in questa posizione sono fuori gioco. La forza non è più rappresentata dal capitale, ma proprio dalla conoscenza. E qui emerge un altro discorso, che rappresenta una tappa ob-bligata: non possiamo parlare di occupazione se non mettiamo in prima linea la formazio-ne. Le università devono essere a conoscenza di ciò che richiedono le imprese, perché solo così si può creare quel ponte che deve esistere fra il mondo della scuola, il mondo universitario e le imprese. Altrimenti non saremo mai competitivi. Ci troveremo di fronte a persone prive di quelle conoscenze, di quelle potenzialità che potrebbero renderci compe-titivi in tutti o quasi i settori. Dobbiamo verificare quali sono i settori su cui puntare. Prima ho sentito parlare di identità: la nostra cultura ha invaso tutto il mondo. Allora investiamo su questo. Occorre sempre in-vestire in un'ottica industriale, non in un'ottica di pressappochismo o a un livello fragile; dobbiamo considerare la cultura come un'industria, e allo stesso modo dobbiamo conside-rare il turismo, valorizzando le risorse ambientali e i beni culturali. Dobbiamo creare un prodotto da "esportare": è questo il nostro petrolio. Non abbiamo materie prime e conti-nuiamo a giocare a fare gli industriali. Abbiamo necessità di nuova formazione: allora inve-stiamo su questo settore, senza lasciare questo compito alla staticità dei professori univer-sitari. E diamo speranza ai giovani, che solo così avranno un futuro. Occorre che i giovani cerchino opportunità reali e che si preparino in questa prospettiva. È inutile promuovere qualcosa che non abbiamo: prima costruiamo questo qualcosa, e poi vendiamolo. In una relazione precedente si è parlato del fatto che non siamo tutelati a livello di Comu-nità europea: allora, prendiamo dei nostri funzionari, che devono comportarsi come nostri diplomatici, in fase di andata e in fase di ritorno. Non sono d'accordo con quanto diceva il Prof. Da Molo: la competizione non esiste, a mio avviso, solo a livello di imprese, ma an-che a livello di nazioni. Questo significa che lo stato deve creare le condizioni grazie alle quali i suoi cittadini possano anzitutto aumentare il loro tenore di vita; quest'ultimo cresce con la crescita della produttività e attraverso la difesa delle proprie aziende. Oggi forse l'Italia sta cambiando atteggiamento con Prodi, ma da sempre i capi di stato di altre nazioni (per esempio Stati Uniti, Germania) hanno agito, in fondo, in qualità di ambasciatori delle proprie industrie. Invece le nostre imprese, almeno fino a poco tempo fa, sono state co-strette a comportarsi come corsari, come commessi viaggiatori, che viaggiano su tutti i ter-ritori mondiali senza l'aiuto finanziario dello stato: se questa è la situazione, cosa preten-diamo dall'occupazione? Noi dovremo manipolare il nostro futuro per i nostri ragazzi, è inevitabile. Dobbiamo co-struire un futuro per loro. Parte di noi ha già creato il proprio futuro, ed è il presente. Ma i giovani no. Per concludere vorrei ribadire su cosa dobbiamo investire. Sono stato presentato come geoeconomista: la geoeconomia si occupa delle scelte economiche che deve fare uno stato, una città (l'impresa con l'università), elaborando una strategia che tenga conto delle condizioni generali del mondo. Quello che succede qui da noi ha ripercussioni anche in Australia: non possiamo risentirci se la multinazionale americana chiude in Sicilia o in Ca-labria e va ad investire altrove. Dobbiamo creare le condizioni affinché la multinazionale rimanga in Italia, anche perché può portarci nuove conoscenze. Dobbiamo avere l'umiltà di ascoltare e di imparare dagli altri, per fare meglio anche noi. Occupazione significa senz'altro individuare e creare queste occasioni, e attraverso queste occasioni capire cosa vuol fare l'Italia in Europa e nel mondo.
In una relazione precedente si è parlato dell'ambiente come di un elemento non connesso all'economia: è sbagliato. Le imprese a livello mondiale stanno comprendendo che l'ambiente è un valore distintivo dell'azienda e quindi una sua identità. Investire nell'ambiente inizialmente può rappresentare un costo, ma poi se ne ricava un guadagno. E inoltre la bontà di un paese si vede dal modo in cui viene trattata la normativa ambienta-le. Per fare un esempio: la certificazione inerente all'ambiente che noi dovremmo recepire da norme comunitarie, non è stata ancora presa in considerazione dall'Italia.