CITTADINI E ISTITUZIONI
NEL TRATTATO DI AMSTERDAM
Roma, martedì 23 giugno 1998
Sala della Sacrestia - Camera dei Deputati
On. Diego Novelli
Presidente Intergruppo Parlamentare federalista per l'Unione europea
Desidero salutare i presenti a nome degli organizzatori di questa interessante ed importante iniziativa, promossa dalla Commissione europea, dall'Intergruppo Parlamentare federalista - del quale sono co-presidente insieme al collega Sen. Zecchino, il quale presiederà i lavori della sessione pomeridiana - e dal Movimento Federalista Europeo di Roma, al quale debbo rivolgere un sincero e non formale ringraziamento, perché ci sprona e ci pungola. A loro si deve l'idea di organizzare quest'iniziativa, alla quale hanno collaborato anche i giovani amici che si raccolgono attorno al professor Francesco Gui, proponendoci questo tema così importante e stimolante che verrà introdotto dal professor Guizzi.
Il professor Guizzi è un'antica conoscenza dei federalisti. I più anziani lo conoscono fin da quando, ragazzino, bazzicava tra Bruxelles e Lussemburgo: quindi già molto precocemente è stato contaminato dal "virus" dell'Europa. Nessuno meglio di lui può svolgere la relazione introduttiva, specialmente ora che ha assunto un'altissima responsabilità, essendo il numero due di Palazzo Montecitorio, e che in qualità di vice-segretario generale della Camera dei Deputati continua a seguire, sempre con grande interesse e grande passione civile e culturale, i temi dell'integrazione europea. Quindi darei subito la parola per la relazione introduttiva al professor Vincenzo Guizzi.
Prof. Vincenzo Guizzi
Vice-segretario generale della Camera dei Deputati
Ringrazio il presidente Novelli per le sue cortesi parole e devo dargli ragione quando dice che sono uno di quei pazzi che - come molti di coloro che mi stanno di fronte - credono profondamente in questa Unione europea da molto tempo, fin da quando frequentavo il liceo e poi, professionalmente, dall'età di 23 anni.
Mi scuso con voi per il ritardo, ma nella mia veste ufficiale ho dovuto seguire la visita ufficiale del presidente del Parlamento europeo. Purtroppo non potrò avvalermi della scaletta che avevo preparato per l'occasione, ma che nella fretta non sono stato più in grado di ritrovare. Quindi mi perdonerete se la mia esposizione in qualche punto potrà potrà apparirvi disordinata. Comunque rivolgo anch'io il mio ringraziamento agli organizzatori del convegno: è la seconda volta che mi trovo ad essere relatore in una simile occasione. La volta precedente sostituivo Donato Marra, allora segretario generale della Camera dei Deputati, su un tema di grande impegno come quello del dopo Maastricht. Ora invece siamo giunti al dopo Amsterdam. Voglio essere abbastanza breve e sintetico, per poi lasciare più spazio al dibattito e al confronto con le associazioni presenti.
Credo che tutti i federalisti siano rimasti un po' delusi dalla conclusione e dai risultati della Conferenza Intergovernativa che si sono poi concretizzati in questo Trattato. Io mi considero un pragmatico - dico sempre di essere un federalista europeo con i piedi per terra - e ritengo che, in ogni caso, sia stato compiuto un piccolo passo in avanti. Certo, nel caso di Maastricht la situazione era diversa, perché abbiamo avuto una vera e più sostanziale riforma, seppur con alcuni difetti anche allora. Ma, come dissi in quell'occasione, io non ero tra quelli eccessivamente scandalizzati dal fatto che fosse scomparsa, nella forma definitiva del Trattato di Maastricht, la dizione "…a vocazione federale", perché, come altri, ritengo che questa vocazione federale dell'integrazione europea fosse presente fin dall'inizio e che quindi essa rimane - che lo si scriva o meno. In ogni modo, con tutti i suoi limiti, che io stesso personalmente notavo, ritengo che sul piano pragmatico il Trattato di Maastricht rappresenti comunque un importante passo in avanti.
Forse Amsterdam lo sarà un po' meno. Penso che ancora una volta si sia persa un'occasione. Forse l'ha persa soprattutto il Parlamento europeo, che però in realtà perse un'opportunità in un altro caso, quando ebbe luogo il dibattito sull'ultimo ampliamento, sostenendo che non si poteva procedere all'ampliamento senza le riforme istituzionali.
Ora, in qualche modo, il PE ha di nuovo in mano un'arma, ma in questo momento è più difficile da manovrare, perché bloccare l'ampliamento ai paesi dell'Est diventa un problema politico di grande rilevanza e quindi potrebbe rivelarsi una sorta di boomerang. Amsterdam ha certamente deluso, perché non ha fatto quelle riforme istituzionali che dovevano essere pregiudiziali al prossimo ampliamento quasi certo.
Quindi, riassumendo brevemente, è stato compiuto un ulteriore passo in avanti, dato che Amsterdam si pone in assoluta continuità rispetto alla linea di Maastricht. E' stata confermata una sorta di investitura della Commissione, il cui ruolo chiave viene delineato in modo sempre più netto e che forse rappresenta uno dei punti più qualificanti.
L'altro aspetto interessante riguarda i maggiori poteri conferiti al Parlamento europeo. Effettivamente vi è stata un'estensione della codecisione - non so se i calcoli fatti siano esatti - che fa dire ad alcuni che ormai l'ottanta per cento delle decisioni legislative comunitarie potrebbero essere coperte da un intervento decisivo del Parlamento europeo. Non so se questo giudizio sia troppo ottimistico, ma è certo che vi è stata un'estensione della codecisione e questo è senz'altro un elemento importante giacché, fino a sette anni fa, il Parlamento europeo aveva poteri solo in materia di bilancio. In seguito il parere conforme introdotto dall'Atto unico, la codecisione introdotta prima con Maastricht e ora con Amsterdam, hanno attribuito al Parlamento europeo poteri indubbiamente abbastanza incisivi. Si sta dimostrando che la funzione sviluppa l'organo, infatti avendo ora il Parlamento poteri più incisivi, se ne sta "prendendo" altri. In fondo, la vicenda monetaria riguardante la Banca centrale europea, in questi ultimi mesi, ha dimostrato che il PE, pur non avendo che dei poteri limitatissimi, talvolta su aspetti marginali nell'ambito dell'unione economica e monetaria, ha vissuto un momento di un certo prestigio in occasione del recente colloquio con i membri designati della Banca centrale europea.
Il ruolo della Commissione e del Parlamento, e l'aver determinato una parziale comunitarizzazione del terzo pilastro - un obiettivo abbastanza importante, anche se non siamo ancora arrivati ad una struttura unitaria - appaiono i risultati più significativi. Inoltre il fatto di avere inserito il cosiddetto acquis di Schengen nel Trattato rappresenta un altro elemento di rilievo, perché ritengo che la cosa più importante per i cittadini sia di visualizzare l'esistenza effettiva dell'Unione, e devo dire di aver sentito sempre commenti molto favorevoli da parte di coloro che per la prima volta passavano liberamente le frontiere. Certo, bisogna vedere fino a che punto questa libertà sia reale, perché a me è capitato di andare in Belgio e continuare a fare la fila per il controllo del passaporto. Quindi tra comunità legale e comunità reale non vi è ancora sempre una perfetta corrispondenza.
Mi pare significativo anche aver cominciato ad abbozzare una competenza della Corte di Giustizia sulle questioni relative al terzo pilastro, poiché mio avviso se c'è un'istituzione che ha contribuito in maniera determinante all'affermazione di un diritto comune, questa è proprio la Corte di Giustizia. Quindi è un fatto sicuramente positivo che la Corte cominci ad avere, anche se timidamente, poteri in questo campo.
Più che negli ambiti istituzionali in generale, ritengo che siano stati compiuti passi in avanti sui contenuti. Anche in questo caso, andando a scavare, bisognerà vedere se si tratta di progressi realmente incisivi, ma certamente qualcosa si è mosso nei contenuti dell'attività comunitaria.
Per quanto riguarda il secondo pilastro, aver abbozzato la figura di quello che il Gruppo di riflessione aveva denominato monsieur PESC, e che si è poi concretizzato nel ruolo che avrà in futuro il segretario generale del Consiglio assumendo quindi un ruolo di spicco a livello istituzionale, significa l'avvio di una maggiore strutturazione del pilastro stesso e quindi un altro passo avanti.
Ma anche per quanto riguarda il primo pilastro, ripeto, sono stati registrati diversi progressi, in particolare in un settore del tutto nuovo, ossia quello dell'occupazione. Infatti, anche se non siamo ancora giunti alla concezione che questa comunità superi le stimmate dell'essere solo qualcosa di prevalentemente economico, vi è indubbiamente la tendenza ad attribuire un significato sempre più concreto a quanto recita il nuovo art. 2 del trattato dell'Unione (ritoccato anche con il Trattato di Amsterdam), che contiene l'impostazione di quella che dovrebbe essere l'Unione europea. Cioè una Comunità che si pone l'obiettivo di una crescita non solo economica ma anche sociale, dell'eliminazione di squilibri e dell'innalzamento del tenore di vita, quindi obiettivi che genericamente potremmo definire di tipo sociale, rispetto ai quali si propongono come strumenti il mercato unico e l'unione economica e monetaria. Ho avuto un'amichevole polemica su quest'argomento con un personaggio di grande prestigio durante una ricerca che facevamo insieme al CNR: questi aveva scritto che ormai gli stati nazionali europei sono imbrigliati innanzitutto dal raggiungimento dell'unione economica e monetaria e che questo era il vero obiettivo. Io feci mettere a verbale che l'unione economica e monetaria era certamente una precondizione, un obiettivo immediato, ma che i veri obiettivi sono altri e che quindi l'UEM costituisce solo uno strumento.
Amsterdam, e anche tutto ciò che è avvenuto poco prima di Amsterdam nei diversi vertici, ha certamente consacrato quest'unione economica e monetaria, soprattutto con il Patto di stabilità, tuttavia, anche se con maggior timidezza, è stata affermata quest'istanza sociale insieme all'esigenza di perseguire obiettivi di occupazione, dato che attualmente è questo il problema più drammatico che coinvolge un po' tutti i paesi.
E' positivo anche aver fatto crescere alcune politiche che erano state introdotte, ma poi hanno avuto scarsa attuazione, con Maastricht: ad esempio, alcune politiche sociali che vengono ora sottoposte alla codecisione ed estese a tutti gli Stati, sanando quella anomalia derivante dal fatto di essere presenti solo in un Protocollo e che all'epoca impegnavano solo 11 Stati. Oggi queste politiche sono riconosciute come tali, non facendo più solo parte degli interventi di armonizzazione, e quindi non a caso hanno ricevuto una sanzione positiva come è quella della codecisione.
Un progresso notevole, per chi ha vissuto l'evoluzione storica della Comunità verso l'Unione, si è prodotto nel campo della politica regionale - qualcuno ricorderà bene la battaglia tra Parlamento europeo e Consiglio, un contrasto che portò persino a respingere un bilancio respinto nel '79, perché il Parlamento cercava di affermare il suo diritto ad avere l'ultima parola, ritenendo che tali aspetti rientrassero nella categoria delle spese non obbligatorie.
Trovo quindi che più che in modifiche sostanziali nella struttura, è guardando alcuni aspetti delle singole politiche che possiamo trovare le grandi novità di Amsterdam. Rimangono certamente anche molti punti in sospeso, per esempio il problema della composizione della Commissione europea, anche se - andando forse controcorrente -io non enfatizzerei eccessivamente: quando si dice che i Commissari debbano essere 20, invece che un'altra cifra, non vedo perché analogamente ai governi nazionali non si possa pensare a una Comunità a 30, o comunque con un numero maggiore di Commissari.
Non è stata data neppure una risposta in merito ad un diverso tipo di ponderazione dei voti in seno al Consiglio e, sia pur con qualche estensione ulteriore del voto a maggioranza qualificata, non vi è stata quella svolta che consenta di arrivare ad una sua generalizzazione.
Nel complesso rimane un cammino da compiere e l'azione da perseguire nei prossimi anni è stata già avviata dal governo italiano. Infatti il nostro governo, in questo campo, sta mantenendo un atteggiamento abbastanza coerente che, a parte la dichiarazione comune con il Belgio e la Francia, è ravvisabile fin dall'inizio nella posizione - più volte ribadita - di rendere una conditio sine qua non la riforma istituzionale prima dell'ampliamento. E' un affare delicato, perché siamo condannati ad accettare l'ampliamento ai paesi dell'Est, che è un fatto politicamente imprescindibile, tuttavia l'ampliamento deve avvenire nella chiarezza, portando i paesi ad un certo grado di evoluzione. Sul piano economico sono molto scettico al riguardo, perché dai documenti della Commissione si ricavano dati estremamente preoccupanti: ad esempio, che tra 4 anni i paesi PECO più diligenti potranno tutt'al più arrivare alla media del 40% del PIL medio comunitario, quindi già questa cifra dovrebbe far riflettere... Questa rimane comunque un'operazione estremamente rischiosa e difficile, ma bisognerà arrivarci in ogni caso.
L'altro aspetto di un certo interesse del trattato di Amsterdam - e credo si tratti di un punto controverso tra i federalisti - è la previsione di quella che potremmo definire una "geometria variabile", cioè l'attribuzione della facoltà di avviare azioni autonomamente da parte di un gruppo di paesi. Io trovo che un simile atteggiamento sia sempre un po' rischioso; l'idea che vadano avanti solo alcuni mi ha sempre lasciato tiepido, ma anche questa possibilità va considerata nel quadro dell'allargamento. Infatti ritengo che non si sarebbe dovuto andare verso un allargamento eccessivo se si puntava ad un approfondimento della Comunità. Certo, la caduta del muro ha rappresentato un'occasione storica, ed ora abbiamo una sorta di responsabilità di radicare questi paesi in un contesto democratico. E' quindi un compito da cui non si potrà prescindere. E allora, forse, di fronte a questa realtà complessa anche in termini numerici ci si dovrà necessariamente adattare ad una geometria variabile, alla quale, come ripeto, personalmente non sono molto favorevole.
E' opportuno evidenziare ancora alcuni ritocchi, oltre a quelli più eclatanti che ho citato, per esempio alcuni che potenzialmente potrebbero rilevarsi molto interessanti anche sotto il profilo istituzionale. Mi riferisco alla facoltà attribuita al Parlamento europeo di poter chiedere pareri al Comitato economico e sociale, cosa molto significativa poiché ne evidenzia ancora di più il ruolo di codecisore legislativo: sono piccole cose, che però aggiungono un tassello importante. E' un caso analogo a quello del Mediatore, che fu un tassello importante introdotto da Maastricht nell'ambito del rafforzamento del ruolo del Parlamento europeo.
Ugualmente degno di nota è l'allargamento della sfera d'azione del Comitato delle Regioni.
C'è un aspetto sul quale, forse anche per deformazione professionale, vorrei soffermarmi per concludere, un aspetto che mi sembra importante e a proposito del quale ricordo anche un'amichevole divergenza di opinioni con Altiero Spinelli, il quale era drasticamente contrario a dare un ruolo ai parlamenti nazionali. Io invece ribadivo che, almeno transitoriamente, fosse necessario cercare una alleanza con i parlamenti nazionali. A dire il vero lo stesso Spinelli, negli ultimi anni della sua vita, mi dette ragione, perché prese con grande umiltà il bastone del pellegrino cercando di convincere vari parlamenti nazionali ad appoggiare il suo progetto di Trattato, opera che purtroppo non riuscì a portare a termine.
Per quanto riguarda il ruolo dei parlamenti nazionali, trovo che rispetto alle dichiarazioni allegate al Trattato di Maastricht il Protocollo presente nel Trattato di Amsterdam tende a rafforzare la presenza dei parlamenti nazionali. Non nel senso negativo di una ri-nazionalizzazione, ma con l'intento di dar loro un potere di intervento nella cosiddetta fase ascendente. A mio parere, finché non il parlamento europeo non avrà un potere definitivo, sarà necessario percorrere questa strada. Quindi, l'aver stabilito che le proposte legislative debbono essere inviate direttamente ai parlamenti e che queste proposte non possono essere messe in discussione dal Consiglio prima di sei settimane da questa operazione, è un elemento che ha un suo valore. Poi bisognerà vedere se di fatto i parlamenti nazionali saranno in grado di attrezzarsi in modo tale che questo strumento non rimanga lettera morta. Si anche avere preso atto che già esistono strumenti per così dire "inventati", infatti il protocollo prevede in termini giuridico-formali il riconoscimento di una realtà di fatto, la cosiddetta COSAC, che fino a poco tempo fa era un oggetto misterioso: si tratta della Conferenza degli organismi parlamentari specializzati negli affari comunitari a cui viene attribuito un determinato ruolo. E forse è stato ragionevole non inventarsi dell'altro ma puntare su questo strumento, che è certamente uno strumento di emanazione dei parlamenti nazionali, nato da una proposta della Conferenza dei Presidenti tenutasi a Madrid nel maggio del 1989, su iniziativa dei francesi, in particolare di Laurent Fabius. La prima COSAC si tenne a Parigi nel novembre dell'89 e ora si riunisce almeno per la quindicesima volta, avendo già acquistato un ritmo regolare. Infatti ogni sei mesi il parlamento del paese che detiene la presidenza di turno dell'UE ospita una riunione della COSAC.
La COSAC riceve un input dalle istituzioni europee e glielo ridà sotto forma di suoi pareri. E' da rilevare che la COSAC, al suo interno, contiene anche una rappresentanza del Parlamento europeo. Insomma io credo che con la COSAC si sia riuscito, da una parte, a razionalizzare dell'esistente, dall'altra, ad evitare il pericolo di un eccesso di sovrastrutture che entrassero in conflitto con quello che deve rimanere fondamentale, cioè il ruolo istituzionale del Parlamento europeo. Io ritengo che vi sia un punto di rottura oltre il quale il ruolo dei parlamenti nazionali diventa un elemento negativo, tuttavia se si riesce a stabilire un'effettiva cooperazione parlamentare al di qua di questa frontiera, con l'intento di colmare quella parte di deficit democratico che ancora esiste, penso che questa strada sia praticabile. Anche perché vediamo che si sta creando un certo distacco tra gli ideali europeistici e l'opinione pubblica: non dimentichiamo che i parlamenti in definitiva sono lì anche per farsi interpreti dell'opinione pubblica. A questo punto concludo il mio intervento, scusandomi di nuovo per non aver potuto ripercorrere - essendo privo di una scaletta - in modo più rigoroso e ordinato le novità contenute nel Trattato di Amsterdam.
Dott. Mario Santi
DG X - Commissione europea
Ringrazio innanzitutto il Movimento Federalista Europeo di questo invito e mi scuso in anticipo se anch'io parlerò, in parte, degli aspetti più vicini al mio lavoro.
Il professor Guizzi ha delineato una panoramica molto completa e puntuale delle principali novità del Trattato di Amsterdam, per cui io vorrei soffermarmi su alcuni aspetti particolari dell'argomento. In primo luogo su alcuni problemi nodali della questione istituzionale che non sono stati risolti ad Amsterdam e che investono il problema delicatissimo dei rapporti fra paesi più grandi e paesi meno grandi. Di questo argomento si parla pochissimo, perché si tratta chiaramente di verità che possono suscitare alcune suscettibilità e reazioni. In secondo luogo, vorrei richiamare l'attenzione sul ruolo della Commissione, di cui invece si parla molto, e come terzo punto mi soffermerò sugli aspetti più rilevanti della collaborazione tra Parlamento europeo e Commissione.
Ritengo che il Trattato di Amsterdam abbia fallito relativamente a quelli che a mio avviso sono tra i punti fondamentali del funzionamento delle istituzioni europee: la riponderazione dei voti per le decisioni in seno al Consiglio, la composizione della Commissione e, forse il più importante di tutti, l'estensione del voto a maggioranza in alcuni settori, fra cui non ultimo quello della fiscalità, che sta creando una serie di problemi di funzionamento del Mercato unico europeo. Ora, tutte queste questioni sono strettamente collegate e riconducibili al rapporto tra paesi più grandi e paesi meno grandi dell'Unione europea.
Ad Amsterdam non si è trovata la soluzione che garantisse i paesi meno grandi dell'Unione, che godono di alcuni vantaggi di rappresentanza nell'ambito delle istituzioni, vantaggi che, se in un certo senso erano possibili in una Comunità a sei o a dieci, non lo sono più oggi in una Comunità allargata, che va verso i 20 o più Stati membri. Mi rendo conto che è una questione delicatissima soprattutto il problema della riponderazione del voto, ma forse gli si può trovare una soluzione a breve termine molto più facilmente di quando si tratterà di rivedere l'equilibrio tra le varie istituzioni. Inoltre, se si vuole rimettere in discussione, come emerge in alcuni paesi, tutto il meccanismo decisionale dalla preparazione della decisione alla sua esecuzione, non credo francamente che si stia dando prova di realismo, o meglio forse alcuni esercitano un realismo che va nel senso di indebolire le istituzioni europee attenuando la spinta verso quella che può essere una maggiore integrazione.
A questo proposito, se Amsterdam non ha raggiunto dei risultati sul piano della riforma e del rafforzamento delle istituzioni, a mio giudizio si è fatto ugualmente un importante passo in avanti relativamente alla costituzione di un'assicurazione sulla vita del processo futuro di integrazione europea, risolvendo il problema della flessibilità del processo stesso con l'introduzione del concetto di cooperazione rafforzata - qualcosa a cui speriamo di non dover mai ricorrere, ma che allo stesso tempo è anche un'assicurazione del fatto che si possa comunque andare avanti nell'ambito del sistema giuridico comunitario. Quindi, dal mio punto di vista, lo ritengo un progresso e un elemento positivo, perché rende possibile contrastare certi pericoli che avverto nella forma di un processo strisciante che specula sulla cosiddetta Europa dei cittadini tendendo in un certo senso a delegittimare, o almeno ridimensionare, le istituzioni europee, in particolare la Commissione e, per certi versi, il Parlamento europeo e la Corte di Giustizia. Debbo sinceramente dire che certi discorsi sulla sussidiarietà, sulla trasparenza e sull'Europa più vicina ai cittadini - concetti ribaditi anche al Consiglio europeo di Cardiff, che peraltro ha ottenuto qualche risultato positivo e sotto certi apsetti è stato un successo - possono essere, da una parte, un espediente elettorale, perché la lettera di Kohl e Chirac ha sicuramente anche questa valenza, però può anche essere uno schermo dietro il quale si cerca di ridurre la spinta ed il ruolo delle istituzioni europee, se non addirittura di modificare lo stesso impianto istituzionale.
E ora veniamo alla Commissione europea e al suo ruolo di presunta invadenza rispetto al principio di sussidiarietà. Io che da trent'anni lavoro nelle istituzioni europee, ho sempre sentito la sussidiarietà come la ragione stessa, l'essenza del processo di integrazione: la Comunità fa quello che non possono fare gli Stati. E' giusto averlo messo nero su bianco a Maastricht e averlo ribadito, direi "pesantemente, ad Amsterdam. E precisamente nel protocollo allegato sull'applicazione del principio di sussidiarietà e di proporzionalità, formato da tre pagine e tredici punti, dove solo quattro righe sono state dedicate alle azioni degli Stati membri in conflitto con le prescrizioni del Trattato, quasi a voler dimenticare che la sussidiarietà funziona in due sensi, cioè non vale solo verso l'alto ma anche verso il basso.
Il trattato di Amsterdam entrerà in vigore, salvo imprevisti, nel febbraio del 1999 e la Commissione sta già lavorando a un documento sull'applicazione pratica del principio di sussidiarietà e di proporzionalità. Però consentitemi di puntualizzare: si dice che la Commissione si occupa di troppe cose e anche di cose troppo irrilevanti. Nel 1991, su 500 iniziative legislative sottoposte dalla Commissione al Consiglio, solo il 6% (circa 30) erano iniziative spontanee della Commissione, mentre nel resto dei casi la Commissione ha tradotto in proposte le sollecitazioni provenienti dagli Stati membri. Si era nel pieno dell'attuazione del mercato unico e quindi vi era una forte spinta verso l'armonizzazione, e a questo proposito tengo a ricordare che le 279 proposte per la realizzazione del mercato unico erano state tutte preventivamente approvate sia nel numero che nell'oggetto dal Consiglio. Poi si sono scatenate le recriminazioni, si è detto che si era esagerato e che, in particolare, la Commissione aveva esagerato. Ma gli Stati membri sapevano perfettamente quali sarebbero state le proposte presentate per l'attuazione del mercato unico.
Dopo questo periodo di intensa attività, nel 1996 la Commissione ha presentato 19 proposte di legislazione primaria, nel 1997 meno di 10. Ma nella prassi decisionale sono state introdotte delle pratiche dal Consiglio, quali le risoluzioni di iniziativa della presidenza del Consiglio, e i cosiddetti compromessi della presidenza, il cui effetto pratico è stato quello di limitare il potere d'iniziativa della Commissione. Queste risoluzioni o conclusioni sono inviti alla Commissione perché proceda a determinati studi e presenti al Consiglio delle proposte, richieste legittime ai sensi dell'art. 152 del Trattato che lo prevede. Solo che nel 1991 il Consiglio ha votato 80 mandati alla Commissione - attualmente in media vota per ogni semestre dai trenta ai quaranta di questi mandati. Certo che poi la Commissione finisce per occuparsi di troppe cose! La Commissione ha la facoltà di dare seguito o meno a questi inviti, ma politicamente è chiaro che una sollecitazione del Consiglio non può non avere un seguito, anche perché in genere queste proposte che vengono decise all'unanimità portano anche a decisioni all'unanimità, quindi politicamente non appare opportuno opporre resistenza, fuorché in alcuni casi particolarissimi, come è accaduto in due occasioni durante la presidenza Delors.
E ora affrontiamo il punto del voto a maggioranza in seno al Consiglio: il Trattato prevede - e lo si chiede da molte parti - di estendere il voto a maggioranza, ma nella realtà non si vota quasi mai a maggioranza (si parla di banalizzazione della maggioranza) e si cerca di arrivare sempre ad un compromesso, una circostanza che non è molto positiva. Dall'85 in poi è stata ripresa questa pratica del voto a maggioranza: negli ultimi anni su circa 400 proposte per le quali si potrebbe votare a maggioranza, di fatto sono state votate in questo modo solo 70-80 circa, mentre per le altre si è sempre continuato a cercare un consenso unanime. Ora, questa prassi che si è instaurata, oltre a limitare il potere di iniziativa della Commissione, ne vanifica anche il ruolo di mediazione nei casi di voto a maggioranza per il solo fatto che si ricerca sempre l'unanimità. Così, non solo si allungano i tempi delle decisioni ma si svilisce in un certo senso la valenza europea di queste stesse decisioni.
Ora vorrei un tornare al problema delle riforme istituzionali. Mi conforta quello che già ha detto l'amico Guizzi, perché avevo qualche perplessità nell'osservare che in vista di questa parte delle riforme istituzionali - la ponderazione del voto, il numero dei Commissari e l'estensione del voto a maggioranza - il ruolo della Commissione non dovrebbe essere penalizzato da una prassi che tende ad allontanarsi dalle norme dei Trattati, perché nel momento in cui si richiede un'estensione del voto a maggioranza la Commissione appare l'istituzione che può meglio garantire i paesi meno grandi, proprio perché una riponderazione dei voti in seno al Consiglio - che tenga conto delle rispettive popolazioni degli Stati - appare un fatto ineluttabile. Mentre si può pensare che la rappresentanza dei vari paesi nell'ambito della Commissione possa essere definita senza ricorrere a stretti criteri di proporzionalità, cioè mi sembra quasi impossibile non dare un Commissario ad ogni Stato membro. Certo, con 20 paesi avremmo almeno 20 Commissari, e con 25 saranno 25 e con 30 ne avremo 30... credo però che il compromesso possa ricercarsi su questo punto perché è il male minore, e visto che tutti sappiamo che la strada dell'integrazione europea è lastricata di compromessi che comunque hanno consentito di andare avanti, forse questo è il compromesso più facile. Quindi mi sembra che indebolire il ruolo della Commissione diventi, per certi aspetti, una specie di suicidio istituzionale e spetterà soprattutto al Parlamento europeo evitare che ciò avvenga.
Il Parlamento europeo, sia per il Trattato di Amsterdam (che ha esteso da 15 a 38 i casi di ricorso alla codecisione) che per le conseguenze indotte dall'introduzione dell'euro, mi sembra che abbia assunto una posizione di centralità finora inedita e quindi dovrà giocare un ruolo fondamentale proprio sul punto della riforma istituzionale.
Non mi dilungherò ulteriormente sull'argomento, ma vorrei solo accennare ad un altro aspetto, che è quello di una più incisiva collaborazione tra Parlamento e Commissione nell'ambito dell'informazione. Si parla dei modi per avvicinare maggiormente i cittadini all'Unione europea, un tema che da qualche tempo interessa di più quei paesi che meno hanno lavorato in passato in questa direzione, ad esempio il Regno Unito. Ora questo cambiamento è più facilmente comprensibile, poiché il governo inglese ha difficoltà ad entrare nell'euro non solo per uno sfasamento congiunturale dei tassi ma soprattutto a causa dell'opinione pubblica, contraria ad una maggiore integrazione europea. Questo fatto porta con sé evidenti svantaggi, non fosse altro che per le delocalizzazioni di investimenti che saranno probabilmente dirottati verso la zona euro.
Tornando al tema dell'informazione e della sensibilizzazione sull'Unione europea, io credo che una più incisiva collaborazione tra PE e Commissione sia molto importante; si parla di unificare i servizi di informazione, ma forse non potrà bastare e probabilmente si dovrà fare di più. Solo il Parlamento europeo è in grado di richiederlo, a causa della posizione particolare in cui si trova la Commissione, alla quale viene spesso rimproverata la sua eccessiva distanza dai cittadini. Ma l'attività di quest'ultima e le sue decisioni sono di per sé impopolari, perché si tratta di attività legate alla proposta di grandi cambiamenti, di controllo di certe politiche, di smantellamento di monopoli molto radicati, e sappiamo bene quanto è ampio e potente il seguito di coloro che si oppongono a tali misure. La Commissione diventa anche il centro propulsore di dure riforme - cito per tutti la riforma della PAC - ed è fautrice di una costosa solidarietà, il che significa togliere a chi ha di più per dare a chi ha di meno. Certo, i governi hanno gioco facile nell'appropriarsi dei meriti degli aspetti vantaggiosi delle decisioni europee e di scaricare quelli negativi sulla Commissione. Tutto ciò è comprensibile, ma non si può chiedere alla Commissione di essere popolare o di caricarla della responsabilità di rendere l'Unione europea popolare e amata dai cittadini. In questa direzione dovrebbero lavorare tutti, cioè il Parlamento europeo, i governi nazionali, le forze politiche, i media, i parlamenti nazionali e quant'altri.
Soprattutto i media dovrebbero asssumersi il compito di condurre una giusta mediazione, tramite un'informazione obiettiva, comprensibile e documentata. Non so se abbiate letto gli articoli sui dati del contributo tedesco al bilancio comunitario: vi sono notizie che non stanno né in cielo né in terra. Ad esempio, l'"Heralde Tribune" ha dichiarato che i tedeschi contribuiscono per il 70% al bilancio comunitario, e anche autorevoli giornali francesi ed italiani scrivonpo ugualmente grandi inesattezze sull'argomento. Quindi direi che tutti devono contribuire a dare un'informazione obiettiva, comprese le amministrazioni nazionali, perché o l'Europa è utile e necessaria e tutti la sostengono o non la facciamo.
La Commissione deve far rispettare i Trattati, essere efficiente e dare le informazioni con obiettività e trasparenza. Certo deve ancora migliorare, i suoi servizi hanno indubbiamente bisogno di una ristrutturazione e di una maggiore flessibilità. Gli choc degli allargamenti hanno un impatto che dev'essere riassorbito, ma debbo aggiungere che la Commissione non può assolutamente essere lasciata sola nel tentativo di avvicinare i cittadini all'Unione europea. A lei spetterà di fornire gli strumenti, ma poi tutte le varie componenti di cui abbiamo parlato dovranno mettere in evidenza gli aspetti positivi, o anche negativi, del processo d'integrazione.
Ora siamo alle soglie dell'importante scadenza delle prossime elezioni del Parlamento europeo. Si tratta di una grande opportunità di coinvolgimento, in cui ognuno deve fare la sua parte, perché se non si riesce a portare al voto oltre il 50% dei cittadini europei, credo che difficilmente si potrà essere ottimisti sul futuro dell'integrazione europea. Grazie.
Pier Virgilio Dastoli
Segretario generale del Movimento Europeo
Grazie presidente, cercherò di essere relativamente breve per lasciare spazio all'intervento del Senatore Bedin e soprattutto al dibattito. Il tema di questa seconda parte è "Cittadini, istituzioni locali, nazionali ed europee. Quale nuovo patto per il futuro del continente?": innanzitutto credo che questo tema si inquadri perfettamente nel tema generale della cittadinanza europea, che è stato in parte affrontato anche durante la mattinata. Il tema della cittadinanza europea, a mio giudizio, può essere trattato molto schematicamente da due diversi punti di vista: sottolineando i passi in avanti compiuti con il Trattato di Maastricht e poi con il Trattato di Amsterdam, in particolare il fatto che fino a Maastricht, nei trattati, non si parlava di cittadinanza mentre da Maastricht in poi è stata inserita una serie di norme che riguardano in modo esplicito le questioni della cittadinanza. Questo è stato fatto attribuendo all'Unione non un ruolo generico in tema di cittadinanza, ma assegnandole degli strumenti - cioè delle politiche di azione che sono direttamente o indirettamente legate alla questione della cittadinanza.
Da questo punto di vista è utile sottolineare un primo aspetto positivo, dopodiché mi concentrerò su un altro tipo di analisi e di approccio. Nel momento in cui si è inserito nei trattati il tema della cittadinanza, si è compiuto un ulteriore passo in avanti verso un modello di tipo federale. In fondo, in un'organizzazione internazionale di tipo classico le relazioni si stabiliscono solo reciprocamente fra gli Stati membri o con le istituzioni sovranazionali; è soltanto in un'organizzazione di tipo federale che, oltre a questo tipo di relazioni, si stabiliscono anche relazioni dirette tra le istituzioni sovranazionali e i cittadini. Quindi, in questa prospettiva, ci troviamo di fronte ad un indubbio salto di qualità, perché i cittadini a questo punto avranno direttamente voce in capitolo nel quadro della costruzione europea. Questo passo in avanti è frutto di una serie di elementi che è opportuno non dimenticare: il primo è l'idea della cittadinanza, che era nata in termini generici a metà degli anni Ottanta, con il rapporto del comitato Adonnino, e prima ancora da parte del primo parlamento eletto a suffragio univrersale con il progetto Spinelli del 1984, che per la prma volta introduce nel dibattito comunitario il tema della cittadinanza europea. E se qualcuno di voi si volesse rileggere il trattato di Spinelli su questo come su altri temi, ad esempio quello della sussidiarietà affrontato precedentemente, ritroverà delle indicazioni precise sulle quali hanno lavorato in seguito coloro che hanno elaborato i trattati di Maastricht e di Amsterdam.
Vorrei sottolineare un altro punto: se andate a rileggere i primi documenti preparatori dalla Conferenza intergovernativa che hanno portato al Trattato di Amsterdam, vedrete che non si faceva quasi per nulla riferimento ai temi della cittadinanza - e io faccio rientrare in questo tema anche la questione della lotta alla disoccupazione - i quali diventano prioritari quando i governi si rendono conto di una forte spinta da parte dell'opinione pubblica, o meglio di quella che oggi viene chiamata società civile. Infatti, contrariamente a quanto valse per l'Atto unico o per Maastricht, i cui negoziati vennero seguiti con molta disattenzione, i lavori della Conferenza intergovernativa hanno suscitato un notevole interesse e quindi una pressione da parte dell'opinione pubblica molto più ampia. Basta rileggersi tutte le proposte che le organizzazioni non governative della società civile hanno elaborato e presentato ai governi e alle istituzioni europee in varie occasioni. Avviene quindi uno spostamento di tematiche e di priorità, per cui alla fine sembra che si siano curati di più i temi della cittadinanza e dell'occupazione piuttosto che altri temi istituzionali. Che poi i risultati siano adeguati o meno alle richieste e alle spinte dell'opinione pubblica, è un altro discorso.
Questo è un tipo di visione possibile. Esistono alcuni personaggi ed esperti i quali ritengono che aver inserito nei trattati la cittadinanza significa aver compiuto una sorta di rivoluzione copernicana - secondo l'espressione usata, credo, da Andrea Manzella - ma io ritengo piuttosto che il tema della cittadinanza possa e debba essere affrontato anche con un altro tipo di approccio, guardando più verso il futuro e chiedendosi prima di tutto quale sia l'avvenire dell'Unione, quali siano le chances e quali i rischi.
Stamattina sono state fatte alcune queste considerazioni in questo senso. Anch'io ritengo che oggi ci troviamo di fronte a un periodo estremamente difficile, nel quale i rischi, da un certo punto di vista, sono maggiori delle chances. Alcune scelte di fondo sono state compiute, ad esempio quella dell'euro, però la prospettiva che si apre alla Comunità comporta una serie di scadenze importanti come l'allargamento, l'Agenda 2000, i grossi limiti di sviluppo del bilancio comunitario, le tensioni all'interno degli Stati membri, le spinte alla rinazionalizzazione, non soltanto in senso statuale ma anche substatuale. A proposito di quest'ultimo aspetto, si è appreso di recente che in Bretagna sono state aperte alcune scuole in cui si insegna il bretone e non il francese: certo, il rilancio della difesa delle minoranze etniche e linguistiche non è un aspetto da sottovalutare o da considerare necessariamente in senso negativo, tuttavia fa parte in qualche modo di una riscoperta di valori che rischiano di portare ad un'ulteriore frammentazione del processo di integrazione comunitaria.
Altri rischi sono l'attuale incapacità dell'Unione di dare risposte efficaci alla sfida della globalizzazione, di far sentire la propria voce nel quadro internazionale - anche il Trattato di Amsterdam, da questo punto di vista, risulta fallimentare non essendo riuscito a dotare l'Unione di quegli strumenti che le consentano di avere una effettiva politica estera e della sicurezza comuni - mentre sul piano monetario la volontà d'intervento nelle crisi internazionali è ancora molto marginale.
Quindi l'Europa si trova ad affrontare una serie di sfide per le quali i governi si sono dimostrati incapaci di elaborare una strategia comune e abbastanza forte, o che almeno sia basata su una visione globale in grado di mobilitare i cittadini. La mia opinione è che stiamo rischiando - e questo non soltanto a livello europeo ma anche nazionale - di andare verso una democrazia virtuale, ossia lo sviluppo della società dell'informazione, con tutto ciò che ne deriva, rischia di fondare una democrazia più apparente che effettiva. Questo rischio a livello europeo è ancora maggiore: oggi, ad esempio, si è accennato allo squilibrio che sarà causato dall'esistenza della Banca Centrale Europea e dalla mancata creazione di un contrappeso politico alla Banca stessa. Tutto ciò non potrà non provocare un indebolimento ulteriore degli strumenti di controllo democratico. Attualmente, infatti, non ritengo di poter essere ottimista quanto Manzella sull'effettiva capacità del Parlamento europeo di controllare la Banca Centrale, specialmente se si inquadra il problema nella prospettiva dell'allargamento dell'Unione. Infatti il PE, allargandosi ad altri paesi che probabilmente, per ragioni economiche, non faranno parte anche dell'unione monetaria, diventerà un'assemblea che ingloba moltissimi stati con esigenze di politica monetaria completamente opposte a quelle dei paesi dell'Unione monetaria. In una simile situazione il presidente della Banca Centrale Europea dovrà rendere conto di fronte al Parlamento europeo della sua politica, ma si troverà di fronte deputati con posizioni che a priori sono totalmente opposte.
Quindi vi è questo rischio reale di indebolimento del processo democratico generale, come pure nel tipo di sviluppo scelto per il terzo pilastro, ossia i problemi relativi alla sicurezza e alla cooperazione in senso giudiziario e agli affari interni. Oltre a questi forti rischi, biosgna considerare che i capi di stato e di governo riunitisi di recente a Cardiff non hanno mostrato di avere nessun tipo di sensibilità rispetto all'inadeguatezza dei risultati a cui finora sono sempre giunte le Conferenze intergovernative, un'osservazione che, del resto, è stata fatta anche dalle due Camere del Parlamento italiano al momento delle ratifiche. Questo è accaduto non soltanto per mancanza di volontà politica, ma principalmente per l'inadeguatezza del metodo scelto per la revisione dei Trattati. All'indomani della conferenza di Amsterdam, si era detto di voler abbandonare questo metodo per riflettere su strade diverse rispetto a quelle dei negoziati diplomatici; invece a Cardiff, come risulta anche dalla lettera Kohl-Chirac, si è affermato che i governi non devono delegare a nessuno il ruolo di fare delle proposte di modifica ai trattati. Si è addirittura cominciato ad ipotizzare per l'ennesima volta la creazione di un comitato di rappresentanti personali che lavori su tali proposte. Ora è abbastanza chiaro, sulla base di quanto è accaduto ad Amsterdam, che questo metodo non porterà molto lontano e che la riforma ritenuta giustamente indispensabile dai governi belga, francese ed italiano sarà solo una modesta riforma insufficiente a dare delle risposte ad una comunità che funzioni in maniera democratica ed efficace.
Ora io credo che dal punto di vista della cittadinanza questo sia il problema più grave: la descrizione che i capi di Stato e di governo europei hanno fatto a Cardiff dello sviluppo costituzionale dell'Unione, è quella di una Comunità che funzioni sulla base del principio della democrazia virtuale. A mio avviso, non è più ammissibile che di fronte a tutte le richieste avanzate dall'opinione pubblica la prossima riforma dei trattati venga fatta con lo stesso metodo dei precedenti. Se vogliamo parlare di vera cittadinanza e di vera democrazia, bisogna denunciare il fatto che la Costituzione dell'Unione, che è rappresentata in un certo senso dai Trattati, non può più essere modificata con un simile metodo. Da questo punto di vista è giusto porre l'accento, nel titolo di questa sessione dei lavori, su "…quale nuovo patto per il futuro del continente", e in questo senso è opportuno riflettere non tanto sul contenuto di questo patto ma sul metodo da adottare per arrivare a questo nuovo patto: consideriamo cosa debba fare ciascuno di noi nel proprio settore di competenza, quale battaglia si potrebbe condurre per imporre ai governi un metodo diverso rispetto a quello utilizzato fino a questo momento.
Vorrei fare un altro paio di brevi osservazioni a questo proposito, per poi passare anche a qualche suggerimento sul contenuto del nuovo patto. A mio parere, bisognerebbe presentare all'opinione pubblica idee chiare e semplici: ho letto, per esempio, alcune proposte molte arzigogolate elaborate in Francia sulle modalità per arrivare ad una riforma dei trattati. Ritengo che si dovrebbe partire piuttosto da uno schema molto semplice: oggi la Comunità è composta da stati e da cittadini; i primi sono rappresentati all'interno del Consiglio, i secondi all'interno del Parlamento europeo. E allora, come si è attribuito al Parlamento europeo il potere di codecisione in tutta una serie di materie legislative, bisognerebbe anche rivendicare il principio della codecisione costituzionale insieme a quello della codecisione di carattere fiscale, secondo la vecchia massima "no taxation without representation".
Insomma, la modifica dei Trattati dovrebbe avvenire sulla base di un accordo di uguaglianza fra i rappresentanti dei governi ed i rappresentanti dei cittadini: questa è la battaglia da sostenere, e in caso di fallimento si arriverà probabilmente ad un trattato peggiore di quello di Amsterdam.
Passiamo alla seconda questione, ai contenuti del nuovo patto. Al di là degli aspetti istituzionali, quello che dovrebbe emergere più fortemente è l'aspetto della solidarietà, ossia quale livello di solidarietà debba essere stabilito tra gli Stati membri dell'Unione e fra i cittadini. Questo è un tema fondamentale, che del resto è legato strettamente al modello federale. Infatti una federazione non è solo un diverso sistema di equilibrio di poteri fra governi, parlamenti, ecc., ma esiste in quanto alla base vi è il principio della solidarietà, intesa non come assistenza ma come meccanismi costituzionali di politiche macroeconomiche che consentano un'adeguata distribuzione di risorse all'interno dell'Unione. Nel momento in cui si mette in discussione questo principio, ci si allontana dalla soluzione federale.
Allora, nel discutere il nuovo patto per il futuro del continente, soprattutto nella prospettiva di un'Unione che si allarga verso Est e verso il centro dell'Europa, due sono le questioni fondamentali su cui riflettere: quale sia il livello di solidarietà che dev'essere inserito all'interno di questo patto e quali meccanismi di tipo costituzionale possano garantire quest'aspetto della solidarietà. Dagli odierni scontri fra i governi emerge sì la diversa visione costituzionale, ma dietro questo contrasto si delinea il problema più ampio del livello di integrazione politica da raggiungere, in modo tale da garantire e mantenere il livello di solidarietà su cui è nata ed è cresciuta fino ad oggi la Comunità. Una solidarietà che rischia di essere distrutta, se accettiamo la visione della Comunità come zona di libero scambio contenuta nella proposta dell'Agenda 2000, quando si delinea un modello di sviluppo delle risorse comunitarie pari a zero.
Sen. Tino Bedin
Presidente Giunta per gli Affari delle Comunità europee
Dopo che l'avvocato Dastoli ha delineato un quadro generale del tema che intendiamo esaminare, mi soffermerei sull'impegno dei parlamenti nazionali per la realizzazione del patto a cui si allude nel titolo della sessione di questa mattina. Vorrei innanzitutto sottolineare un elemento ricavato dall'ultimo rapporto della Commissione europea sull'applicazione del diritto comunitario relativa al 1997, in cui si osserva che vi è stato un aumento spettacolare del numero di procedure di infrazione di circa il 23% e che ciò dipende, almeno per il 17%, dal fatto che i cittadini dell'Unione si sono rivolti alla Commissione per chiedere ragione di disposizioni vigenti negli Stati membri. Basterebbe questo dato per sottolineare che il dibattito sulla moneta unica, invece di allontanare i cittadini dall'Unione ha effettivamente, almeno nella parte più avveduta dei nostri concittadini, creato la consapevolezza che l'Unione europea è un potere al quale già ci si può rivolgere anche per contrastare i poteri nazionali. Credo che sia un dato su cui riflettere e ritengo che come parlamenti dovremmo considerare attentamente questo aspetto, perché se tale processo non avesse delle risposte immediate e coerenti si rischierebbe di rimanere rapidamente indietro e di non assolvere più il ruolo che i cittadini ci hanno attribuito.
Per quanto riguarda i parlamenti nazionali, il Trattato di Amsterdam costituisce un passo in avanti, in quanto è stato inserito uno specifico protocollo che sostituisce le due dichiarazioni allegate al Trattato di Maastricht. Un protocollo frutto di un'azione convinta dei parlamenti dell'Unione attraverso il loro organismo specializzato, cioè la COSAC, in particolare durante due delle sue ultime assemblee svoltesi a Roma e a Dublino nel 1996. Nel nuovo protocollo è prevista una migliore informazione dei parlamenti degli Stati membri: tutti i documenti devono essere trasmessi tempestivamente ai parlamenti nazionali, le proposte governative devono essere comunicate dai governi in tempi utili per garantirne un adeguato esame da parte di tutti i parlamenti nazionali e, per finire, tra il momento in cui la Commissione mette a disposizione del Parlamento e del Consiglio una proposta legislativa, oppure una proposta da adottare ai sensi del titolo VI - quello sulla cooperazione giudiziaria penale e di polizia - devono trascorrere almeno sei settimane.
Ritengo che questo sia l'inizio di una partecipazione di fatto dei parlamenti nazionali alla procedura decisionale europea.
Sempre lo stesso protocollo, lo ricordo, contiene anche alcune disposizioni relative alla COSAC; prevede, per esempio, che quest'ultima possa sottoporre alle istituzioni dell'Unione ogni contributo che giudichi appropriato sulla base dei progetti che possono sottoporre i singoli governi membri. Mi pare che questo aspetto del Trattato di Amsterdam vada necessariamente approfondito dal parlamento italiano, per accettare una sfida sulla quale l'impegno non può che partire dalla considerazione che in questo ambito siamo ancora piuttosto arretrati. Il progetto di riforma costituzionale che attualmente è bloccato era molto cauto per quanto riguarda l'Unione europea: per esempio, si continuava a voler inserire nella Costituzione il principio secondo cui il fatto che alcune materie siano di competenza comunitaria vada inteso come un trasferimento di sovranità nazionale ad un livello superiore. Ora, questo corrisponde ad una logica che non è quella propriamente europea e personalmente, insieme ad altri colleghi, avevo presentato anche un emendamento, sostenendo che il livello europeo fosse uno dei momenti attraverso i quali si realizza la sovranità repubblicana italiana, cioè che tale sovranità si realizza pienamente attraverso i comuni, le province, le regioni, lo stato e l'Unione europea. Quindi non si dovrebbe parlare di trasferimento di sovranità, ma di un altro livello di sovranità nazionale esercitato in comune con altri paesi.
In quel dibattito era stata presentata anche una serie di proposte di emendamenti, che puntavano ad attribuire al Senato il ruolo di Camera europea - tengo a ricordarlo, non per ragioni campanilistiche ma perché è un altro dei temi sui quali noi, come parlamento, dovremmo comunque interrogarci, soprattutto in riferimento agli attuali strumenti di cui disponiamo, sostanzialmente la Commissione 14esima della Camera e la giunta Affari europei del Senato, che oggi, nella prospettiva del Trattato di Amsterdam, sono strumenti certamente insufficienti per realizzare questo progetto. Comunque, attualmente, il processo di riforma costituzionale è bloccato e quindi dovremo necessariamente servirci degli strumenti che abbiamo a disposizione, sia quelli di tipo legislativo che quelli di tipo normativo. Per quanto riguarda i secondi, vorrei ricordare che è attualmente all'esame del Senato la legge comunitaria per il 1998 e che all'interno di questa legge stiamo cercando di rafforzare il principio della partecipazione del parlamento italiano alla fase "ascendente" del processo comunitario. Il dibattito è ancora in corso, come pure il confronto formale con il governo, affinché ciò che stiamo realizzando al Senato trovi poi anche il consenso della Camera. Stiamo lavorando ad una procedura che preveda sostanzialmente la trasformazione delle attuali relazioni semestrali che il governo presenta al parlamento sullo stato dell'Unione e sull'attività della presidenza di turno in relazioni annuali, facendo riferimento piuttosto che alla presidenza di turno al programma della Commissione europea. Questa relazione unica annuale dovrebbe essere presentata insieme alla legge comunitaria annuale, di modo che nello stesso arco temporale il parlamento possa disporre di uno strumento che riguarda il futuro e di un altro che riguarda il recepimento. Questo progetto dovrebbe andare nella direzione di formalizzare all'interno del parlamento una specifica sessione europea, come esiste quella di bilancio, in modo tale da dare tempi certi all'approvazione delle direttive comunitarie e anche da consentire al governo italiano di disporre della volontà del parlamento nella fase di procedura delle trattative e dei confronti a livello comunitario. Così, laddove si renderà necessario, si potrà invocare la riserva parlamentare, come fanno altri governi dell'Unione su materie per le quali i parlamenti abbiano dato indicazioni difformi rispetto agli sbocchi verso i quali è avviata un'eventuale trattativa comunitaria.
Da una parte, stiamo per procedere con una riforma legislativa con emendamanti inseriti all'interno della legge comunitaria, per tentare di forzare questo processo. Dall'altra, la Camera dei deputati ha già trasformato la Commissione per gli Affari europei in Commissione permanente e un'analoga procedura è in atto al Senato. Come Giunta abbiamo già presentato uno schema di adeguamento alla presidenza in tal senso e ci auguriamo che esso venga esaminato al più presto. Fra l'altro, tale proposta di regolamento sottoposta al presidente Mancino prevede, per esempio, che a questa commissione venga affidato un potere simile a quello che ora detengono le Commissioni per gli affari istituzionali e quella per il bilancio relativamente a tutte le proposte di legge, in modo che gli aspetti comunitari siano esaminati preventivamente e siano vincolanti per il cammino di qualsiasi disegno di legge. A proposito della copertura informativa comunitaria delle proposte di legge, abbiamo chiesto nell'ultimo dibattito in Giunta che il governo comunque provveda già da subito, per quanto riguarda le iniziative legislative, a dotare obbligatoriamente ogni proposta di legge di una scheda comunitaria allegata, così come esistono già la scheda tecnica e quella finanziaria. Con questi strumenti, ossia introducendo una sessione comunitaria, rafforzando i poteri e i compiti delle due Commissioni specializzate, potremmo sia soddisfare i nuovi diritti che il protocollo del Trattato di Amsterdam attribuisce ai parlamenti nazionali, sia sperimentare forme di codecisione che non sono certamente in contrasto con i poteri del parlamento europeo, ma anzi lo aiutano ad avere il sostegno delle opinioni pubbliche nazionali quando deve esaminare disposizioni che devono passare al suo vaglio.
Sempre in relazione al ruolo che il parlamento dovrebbe avere all'interno di questo nuovo patto tra cittadini ed istituzioni dopo il Trattato di Amsterdam, un altro aspetto riguarda il livello regionale. Anche in questo caso il Trattato di Amsterdam è, pur con alcuni limiti, sia in linea con l'esigenza di conferimento di una maggiore democraticità alle istituzioni comunitarie, sia con le nuove disposizioni che rafforzano il Comitato delle Regioni, ossia l'organismo di rappresentanza delle istituzioni più vicine ai bisogni concreti dei cittadini. Si tratta di un'esigenza che come Giunta per gli Affari europei avevamo discusso già prima della firma del Trattato di Amsterdam, con una visita presso il Comitato delle Regioni, e credo che il Trattato anche da questo punto di vista dia una risposta se non totalmente positiva almeno di orientamento.
In questa prospettiva, un'altra risposta certamente positiva è stata data dall'art.13 della legge 128 del 1998, ossia la legge comunitaria, approvata qualche mese addietro, attraverso la quale viene riconosciuta alle regioni a statuto ordinario la facoltà di dare immediata attuazione alle direttive comunitarie nelle materie di competenza concorrente, mentre in precedenza era previsto che nelle stesse materie le regioni potessero procedere al recepimento solo dopo la pubblicazione della legge comunitaria annuale recepita dalle regioni.
Ora cercheremo di portare a compimento questo processo, preoccupandoci che in base al principio di sussidiarietà le direttive che hanno valenza regionale possano essere adottate dalle regioni, ma badando di inserire anche delle salvaguardie, perché il mancato recepimento verrebbe contestato dalla Commissione europea non alle regioni ma allo Stato italiano, e quindi occorre sia precisare gli strumenti che prevedere delle salvaguardie.
Resta il problema della riforma istituzionale, che è stata evocata in questa sede. Il parlamento italiano è particolarmente attivo anche su questo fronte. Il 6 luglio il presidente Ruberti ed io parteciperemo a Bruxelles ad un'iniziativa del parlamento belga per discutere di riforme istituzionali. Il parlamento belga ha invitato per quest'occasione i 15 parlamenti dell'Unione; nella mattinata quest'incontro sarà preceduto da una riunione dei parlamentari belgi, francesi ed italiani, cioè quei parlamenti i cui governi hanno più insistito sulla riforma istituzionale, al fine di costruire una linea comune abbozzata già in vari incontri tenutisi a Roma e a Parigi. Secondo questa linea è indispensabile che il processo di allargamento ed approfondimento della Comunità sia accompagnato da riforme istituzionali, per evitare quella che qui oggi è stata definita "democrazia virtuale", alludendo al fatto che la partecipazione dei cittadini sia limitata - come è stato detto anche a Cardiff - all'allestimento da parte della Commissione di un magnifico sito Internet.
On. Prof. Antonio Ruberti
Presidente Commissione per le Politiche dell'Unione europea della Camera dei Deputati
Anche se mi concentrerò in modo particolare sui temi più vicini alle funzioni che attualmente vado espletando nel parlamento italiano, relativamente al suo ruolo nei prossimi appuntamenti europei, vorrei iniziare con alcune riflessioni sul tema generale - già evocato in questa sede - del ruolo dei partiti in questa fase della costruzione europea.
La prima riflessione riguarda il richiamo all'assunzione europea anche nella politica. E' certamente un tema ancora poco considerato nel dibattito politico, ma analogamente allo spazio comune economico e allo spazio comune monetario e finanziario, si parla ormai di spazi comuni anche in altri settori, per esempio nel campo della libertà, della giustizia e della scienza. Quindi ritengo che sia ormai importante tener conto che c'è uno spazio comune della politica, e i partiti italiani dovrebbero essere consapevoli che per poter contare nelle scelte politiche è indispensabile muoversi in uno spazio europeo. Del resto, le ultime vicende di organizzazione del PPE dimostrano come questo sia il problema emergente. La politica non può incidere su molte questioni di tipo macroeconomico in Europa, se non si creano collegamenti con le famiglie politiche europee.
In fondo il progetto della "Cosa 2", a sinistra, che si ispira al concetto di piena partecipazione alla famiglia socialista europea, oppure l'analogo progetto di Forza Italia nei riguardi del PPE vanno in questa direzione.
Se si considerano, dalla prospettiva dello stesso Trattato di Amsterdam, le riflessioni degli ultimi tempi si può constatare un'evoluzione del ruolo non solo del Parlamento europeo ma anche dei Parlamenti nazionali. Le innovazioni relative al Parlamento europeo sono più note, e in fondo con Amsterdam si è fatto un passo in avanti sia in rapporto alla scelta della Commissione sia in rapporto al numero delle materie che in futuro verranno sottoposte al metodo della codecisione.
Questo aspetto investe il tema dell'aumento della partecipazione democratica, cioè la riduzione del deficit democratico. Una delle vie per ridurre il deficit democratico è anche quella di far crescere il ruolo dei Parlamenti nazionali. In questa situazione mi sono trovato a presiedere la Commissione specifica per gli Affari europei, che esiste in tutti e 15 i Paesi membri, e in base alla mia esperienza posso dire - e il discorso vale per quasi tutti i Parlamenti, tranne alcune eccezioni come la Danimarca e il Regno Unito - che queste Commissioni non riescono ad incidere molto sul processo legislativo. Dobbiamo riflettere sul fatto che il 30-35 % della normativa dei vari paesi membri è oggi una normativa recepita dalla legislazione che viene decisa in sede europea, quindi principalmente dal Consiglio dei ministri europei, che in questo caso diventa legislatore, a differenza di quanto avviene nei singoli paesi. Quindi ci muoviamo in una situazione istituzionale diversa da quella interna degli Stati membri, dove il potere legislativo spetta ai parlamenti. Allora, se i parlamenti nazionali non partecipano al processo legislativo europeo, di fatto hanno delegato i propri governi a svolgere quest'attività legislativa. Noi ci siamo adoperati perché questa situazione fosse modificata, e un riflesso del nostro operato si può individuare nel Trattato di Amsterdam. Il precedente Trattato di Maastricht conteneva una dichiarazione sul ruolo dei parlamenti nazionali, che ne sottolineava il diritto ad essere interessati, informati e coinvolti, ma in sostanza si trattava di un auspicio privo di un valore cogente. Nel Trattato di Amsterdam, alla dichiarazione è stato sostituito un protocollo: si tratta quindi di una modifica sostanziale, perché il protocollo vincola i Parlamenti nazionali ad operare in questa direzione. E' previsto, ad esempio, un lasso di tempo di 6 settimane prima di poter decidere l'esame in sede europea di una proposta della Commissione, con l'obiettivo di dare il tempo ai Parlamenti nazionali di esprimersi. Questa è una prima modifica. Inoltre è stata riconosciuta alla COSAC la facoltà di effettuare proposte su ciò che riguarda la sussidiarietà e sul terzo pilastro, ossia quello della cooperazione giuridica e degli affari interni. Si è andato quindi configurando, grazie al nuovo Trattato, un ruolo più incisivo dei Parlamenti nazionali. Si tratta di una posizione di equilibrio rispetto alla richiesta forte, avanzata dalla Francia, di una vera e propria seconda Camera costituita da delegazioni dei Parlamenti nazionali. In sede italiana, alla Camera dei Deputati, si è potuto trasformare la Commissione speciale in Commissione permanente ed è stato possibile porre dei vincoli più forti in merito ai pareri che tale Commissione esprime per la coerenza con la legislazione europea.
Ma forse l'aspetto più interessante è quello che ho avuto modo di osservare recentemente a Malta, in occasione di un incontro al quale partecipavano, oltre ad alcuni parlamentari nazionali, i rappresentanti di 12 Paesi che si affacciano sulla riva sud del Mediterraneo e quelli del Parlamento europeo: in questa circostanza si è riusciti a decidere all'unanimità la costituzione di un Forum europeo parlamentare per il Mediterraneo. In questo Forum saranno presenti: il Parlamento europeo, i 15 Parlamenti nazionali e i 12 Parlamenti dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Si tratta di una novità rilevante sul piano istituzionale, anche perché rappresenta una sfida in vista del raggiungimento di nuovi equilibri tra Parlamento europeo e Parlamenti nazionali, segnando un'evoluzione che è già in atto nel ruolo dei Parlamenti nazionali rispetto alle tematiche finora gelosamente difese dal PE.
Sono favorevole a un'evoluzione di questo tipo, non solo per il ruolo che svolgo, ma perché sono un convinto fautore dell'aumento del tasso di democraticità delle istituzioni europee e della conseguente riduzione di quel deficit democratico che è stato così spesso denunciato.
Forse posso aggiungere un'ultima riflessione di carattere generale su un punto che mi sembra estremamente importante e che nel dibattito italiano ha trovato meno spazio che in altri paesi. Mi riferisco alla questione dell'allargamento, che nel nostro paese è stata completamente oscurata dalle dinamiche proposte dall'unificazione monetaria. Invece i negoziati sull'allargamento, oltre ad essere già cominciati, fanno supporre che, seppur in tempi non brevissimi, cento milioni di cittadini verranno ad aggiungersi alla popolazione dell'Unione. Questo cambierà totalmente il quadro del processo di integrazione al quale finora eravamo abituati. E' indispensabile prepararsi tempestivamente all'allargamento previsto, per evitare affannose e rischiose rincorse dell'ultimo momento. Un impatto di cui si discute è quello delle riforme istituzionali, perché in fondo diventare più numerosi, con gli attuali strumenti a disposizione, rappresenterebbe un rischio evidente per l'efficacia dell'azione dell'Unione. E su questo punto si scontrano le due linee, quella federalista e quella fautrice di un'unione di Stati nazionali, riproponendo l'antico dilemma "allargamento o approfondimento?". Mentre vi sono almeno altri due tipi di impatto di cui si parla poco: il primo sull'equilibrio geopolitico, poiché quest'allargamento in sostanza avviene tutto ad Est, provocando quindi uno spostamento del baricentro dell'Unione rispetto ai Paesi membri mediterranei, che devono piuttosto confrontarsi con i problemi provenienti dalla sponda meridionale del Mediterraneo. Il secondo è quello di tipo economico, che deriva dalla semplice osservazione che l'allargamento coinvolge un numero consistente di popolazione che gode di un reddito medio pari a circa un quarto di quello dell'Unione, con un'agricoltura che assorbe ancora il 28% degli occupati in Polonia e circa il 20% negli altri paesi, e con esigenze di modifica delle politiche di coesione estremamente radicali. Misurarsi con i problemi dell'allargamento è diventato importantissimo. Si tratta della conseguenza più vistosa della caduta del Muro di Berlino. In via pacifica si arriverebbe ad un allargamento che corrisponde ai confini del Sacro Romano Impero.
Vorrei concludere richiamando la vostra attenzione sui due temi che ho trattato: il ruolo dei parlamenti nazionali per ridurre il deficit di democrazia dell'UE - una tendenza già in atto - e il giusto rilievo da dare non solo alle conseguenze dell'unificazione monetaria ma anche all'appuntamento con l'allargamento, che avrà enormi ricadute sulle attuali politiche di coesione, per esempio quelle che attualmente sono rivolte al meridione d'Italia.
Sen. Prof. Leopoldo Elia
Vicepresidente della Commissione Bicamerale per le riforme istituzionali
Mi soffermerò in particolare su un tema che oggi potrebbe apparire anche obsoleto, ossia ciò che la Bicamerale aveva elaborato in materia di rapporti tra l'Italia e l'Unione europea. Ritengo che il problema rimanga ancora aperto, e nei primi incontri che si sono succeduti all'attuale fallimento della Bicamerale molti hanno espresso l'opinione che tale questione sia una delle priorità da affrontare con il metodo di riforma dell'art.138 della Costituzione. Anche durante un incontro svoltosi ieri al Centro di riforma dello Stato del PDS è emersa chiaramente questa spinta, anche se in contrasto con alcune idee dei vertici del PDS, che vorrebbero piuttosto riproporre subito la formula dell'elezione diretta del capo dello Stato, con poteri simili a quelli ipotizzati dalla Bicamerale. Tuttavia la maggioranza sembra dell'avviso di approfondire ulteriormente questo tema controverso e di ripartire da due argomenti particolarmente significativi: il rapporto tra ordinamento italiano e Unione europea, nonché federalismo e autonomie, proponendo nel testo redatto anche un'esplicitazione del principio di sussidiarietà.
Ora, io ritengo che prima di addentrarci in alcuni punti della normativa che era stata elaborata e che non rispondeva a quella molto più ampia voluta anche dagli ambienti del Ministero degli Esteri, conviene forse ricordare qualche elemento che attualmente dovrebbe favorire una ripresa della spinta federalista nell'Unione. Da una parte, la stessa realizzazione dell'Euro, che ha dato l'opportunità ad uno dei responsabili eletti alla direzione della Banca Centrale Europea, attraverso interviste e prese di posizione, di sottolineare il fatto che non si debba considerare la moneta unica un punto di arrivo ma piuttosto un punto di partenza per arrivare alla riforma delle istituzioni. Per non citare gli interventi di Delors che vanno nella stessa direzione e le prese di posizione di vari partiti, o anche le diverse iniziative finalizzate a sollecitare l'attenzione dell'opinione pubblica. Ed è per questo che sono stato lieto di firmare il documento apparso su "Le Monde" in favore di una Costituzione europea, frutto di una iniziativa del professor Rousseau, che ha voluto coinvolgere esponenti del mondo universitario di molti paesi europei.
Ho partecipato ad un'impresa, purtroppo fallita, come l'elaborazione di un progetto di comunità politica europea all'ombra della norma CED voluta da De Gasperi nel 1953. Provo anche un sentimento di malinconia nel tornare a distanza di tanti anni su questi argomenti. E' allora che ho conosciuto Spinelli, in quella stazione di Parigi in cui si svolgevano prima le trattative della CED e poi si riuniva la commissione Von Brentano, che elaborò il testo commentato in Italia dal professor Mazziotti, e rimasto in seguito sepolto negli archivi e nei cassetti. Spero che ora queste iniziative, avviate in una situazione di maggiore maturazione, possano portarci più avanti di un tempo.
Indubbiamente si avverte un'incompiutezza che non è solo un deficit di democrazia interna nell'organizzazione dell'Unione, ma è un'incompiutezza istituzionale rispetto ad un ordinamento moderno che abbia la volontà di realizzare degli obiettivi politici; è la sensazione che vi siano dei vuoti che non è stato possibile colmare e che riguardano sia il funzionamento delle istituzioni - per esempio, l'adozione ancora troppo larga del principio di unanimità - sia la mancanza di strutture che possano portare avanti con forza il processo di integrazione, accanto alla Commissione e alla Corte che sono riuscite a darsi una più solida articolazione.
Non siamo certamente soddisfatti di Amsterdam, anche se alcuni progressi devono essere valorizzati: quelli che riguardano la maggiore partecipazione del parlamento e anche certi principi, come la cooperazione rafforzata, che potrebbe costituire, nella prospettiva dell'allargamento, una sorta di nocciolo duro e che in materia di politica estera e di difesa permette l'assunzione di certi impegni non condivisi da altri paesi; inoltre l'istituto dell'astensione costruttiva, cioè la possibilità di far sì che un paese che dissenta non impedisca agli altri di andare avanti e che comunque la decisione venga ad essere imputata all'intera comunità.
Quindi vi sono elementi importanti che vanno rivalutati, ma per capire quali saranno i punti di attacco più utili si dovrà elaborare una tattica oltre ad una strategia generale. Vale a dire che non si può andare avanti senza istituzioni politiche più forti e soprattutto senza un'unificazione che non sia settoriale, anche se la moneta unica rimane una conquista di grandissimo rilievo. Ora bisogna superare i dubbi, le incertezze tra cui stiamo navigando - cioè il dopo Amsterdam, l'incognita delle elezioni tedesche e anche una certa regressione di tipo nazionalista che si riscontra in alcuni paesi come la Francia, dove l'ex primo ministro Balladur ha recentemente proposto la creazione di una commissione esaminatrice della préférence nationale. Si tratterebbe di violare un principio che è stato riaffermato di recente anche dalla Corte del Lussemburgo, cioè il riconoscimento della facoltà di non dare il diritto di voto politico ai non cittadini, ma la non contemporanea ammissibilità che tale regola possa anche essere estesa agli aiuti sociali agli immigrati. Ora, io ritengo che queste siano avvisaglie gravi e che rappresentino seri elementi di preoccupazione che ostacolano quella che potrebbe diventare una visione di schieramenti politici nuovi a livello europeo. Anche la querelle sull'ammissione nel Partito popolare europeo di Forza Italia potrebbe diventare in prospettiva qualcosa di superabile, se in futuro la summa divisio tra le forze politiche diventasse sempre più quella fra parlamentari di tendenza federalista, fautori di un'Unione sempre più efficace, e parlamentari molto più prudenti, che non vorrei definire thatcheriani, ma che comunque risentono di quell'interpretazione del principio di sussidiarietà cara ai Länder tedeschi, rivendicata come contestazione di interventi ritenuti erronei da parte dell'Unione - a differenza di Delors che la intendeva piuttosto come maggior possibilità di intervento dell'Unione.
Certamente, da una parte, vi sono degli spiragli ma realisticamente emergono anche situazioni di difficoltà - se non proprio il buio, almeno una nebbia abbastanza fitta.
A queste difficoltà si aggiunge la polemica, o meglio la discussione, che avevo citato all'inizio.Tra le norme del progetto della Bicamerale che si vorrebbero rilanciare assumono particolare rilievo ai nostri fini quelle che erano state elaborate al titolo VI.
Ma qual era la principale innovazione che avrebbero prodotto queste regole, oltre ad una partecipazione più forte sia del Parlamento che delle Regioni alla formazione degli atti nella fase ascendente e in quella cosiddetta discendente? Era la modifica dell'art. 11, che non poteva essere un cambiamento frontale vista l'impossibilità di modifica delle prime norme della Costituzione, ma che comunque diventava, rispetto alla Costituzione che ci ha guidato finora, un elemento di novità.
Manzella lo contesta chiedendosi: "Ma come, ora che vogliamo accelerare il processo di unificazione europea voi proponete un procedimento molto più gravoso e difficile?". In effetti, tale riforma prevede al secondo comma dell'art. 114 che il consenso a limitazioni di sovranità non possa avvenire attraverso una legge semplice di ratificazione, ma piuttosto con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, con l'ipotesi di referendum popolare quando, entro tre mesi dalla pubblicazione, ne facciano richiesta un terzo dei componenti della Camera o 800.000 mila elettori o cinque assemblee regionali.
Ci sono certo motivi sia a favore che contro questa soluzione, come del resto accade per gran parte delle scelte istituzionali. I motivi a favore si richiamano ad un'esigenza di partecipazione e di presa di coscienza da parte dei cittadini e degli elettori, nel senso che l'Italia ha proceduto finora molto speditamente con l'uso dell'articolo 11, che però non distingue tra limiti e trasferimenti della sovranità ed è quindi stato interpretato sempre in modo molto aperto dando luogo, di fatto, a forti limitazioni di sovranità. Circostanza felice, affermano molti europeisti, perché ha indubbiamente agevolato, in un periodo di guerra fredda e di ostruzionismo, la partecipazione italiana al processo di integrazione europea. Ma adesso da più parti ci si chiede perché non imitare la Francia o la Danimarca e tutti quei paesi che hanno organizzato referendum popolari, talvolta con esiti anche molto incerti come accadde per Maastricht, e quindi adottare questo procedimento che dovrebbe poter coinvolgere maggiormente. E' vero che gli italiani hanno votato massicciamente in occasione di un referendum molto discusso in dottrina molti anni fa, che conteneva una domanda a favore dell'unificazione europea e che ha avuto una maggioranza preponderante; ma non bisogna dimenticare che, essendo stato il referendum anche un accessorio alle elezioni politiche, si è prestato a critiche non solo come precedente alla deroga del procedimento refendario previsto dalla Costituzione, ma anche a svalutazioni da parte degli altri paesi che l'hanno accusato di essere una sorta di appendice.
I motivi a favore del mantenimento dell'attuale situazione riguardano, a ragione, la velocità del processo, ma ritengo che sia opportuno riflettere su questi aspetti perché certamente, se si ricorrerà all'art.138, la questione tornerà ad emergere. E mentre durante i lavori della Bicamerale si era agito con una certa urgenza, senza un'adeguata consultazione su queste materie, questa volta la discussione si riaprirebbe. Il problema è di notevole rilievo anche sul piano pratico, perché avendo l'Italia un bicameralismo perfetto e tutta una serie di elementi peculiari sul piano partitico, la previsione di tipi di procedimento più o meno rapidi può incidere sulla capacità dell'Italia di essere promotrice di questo processo. Mi rendo conto che non si dovrebbe fare una contrapposizione tra efficienza e democrazia, ma in qualche misura è anche vero che questo problema richiama delle vicende di principio che vanno affrontate.
Io ero fra coloro che ritenevano giusto, nel momento in cui veniva dato spazio all'istituto del referendum, che fosse data applicazione a questo istituto anche in materie di grande importanza, che potessero realmente coinvolgere e quindi dare una risposta alle critiche di chi sostiene che l'Europa sia rimasta troppo "diplomatica" e ancora in mano ai rappresentanti a Bruxelles e ai Governi. Comunque è un tema che sarà ripreso e che spero potrà essere discusso senza troppe deformazioni, come purtroppo avviene molto spesso in Italia, in particolare a livello dei mezzi di informazione.