di Pierdavid Pizzochero (Gioventù federalista europea)
In questi ultimi tempi, in forza di complessi processi socio-economici, l'economia ha assunto un volto molto poco autarchico e molto più inter-oceanico. E' necessario, di conseguenza, inquadrare in una dimensione internazionale, il rapporto tra due temi importanti e strettamente correlati tra loro come la formazione e il lavoro.
Dal punto di vista della formazione, l'Unione Europea non raggiunge gli standard dei paesi con cui la concorrenza è più forte. La media UE di studenti che ottengono il diploma di maturità si attesta intorno al 42% contro il 90% del Giappone e il 75% degli Stati Uniti. Tale gap andrebbe al più presto colmato. Per diverse ragioni. Considerando che il deficit di qualificazione degli occupati e dei disoccupati limita sia l'attività delle aziende sia l'assunzione di nuovi lavoratori, sarebbe meglio innalzare i livelli medi di formazione scolastica. La disoccupazione si attesta ormai in molti paesi europei ben al di sopra del 10 % e crea notevoli forme di disagio sul piano socio-economico. E frustrazioni sul piano psicologico.
Per tentare di risolvere codesti disagi il principio della formazione continua mi sembra molto importante. E sarebbe da sviluppare di più. Non che non ci siano dei programmi a livello comunitario volti a favorire forme di formazione continua: senza dubbio i vari Erasmus, Socrates, Leonardo, Comenius, Gioventù per l'Europa vanno nel verso giusto. Degna di nota l'iniziativa, promossa da Edith Cresson: il servizio civile europeo. Permette alle organizzazioni non-profit di godere di più risorse e conferisce al cittadino europeo un surplus di formazione, sia linguistico che civico. E non vanno dimenticati i progetti per favorire l'imprenditorialità giovanile e femminile.
Per lottare contro la disoccupazione, il ministero del lavoro gestisce, nell'ambito del programma Eures, una rete informatica europea che raccoglie, a mo' di banca dati, i curriculum di tutti coloro che sono in cerca di occupazione in modo da tentare un loro inserimento nel più ampio mercato europeo del lavoro. Tutte iniziative che colgono nel segno.
Tuttavia, nell'interdipendenza che caratterizza l'economia internazionale, il problema della disoccupazione andrebbe affrontato diversamente da come lo stanno affrontando i capi di stato dei quindici paesi membri. Il trattato di Amsterdam (Giugno '97) non coglie la dimensione europea del problema. Anzi, fa dei passi indietro. Dopo averne fatti già diversi, sempre indietro. Quando i sindacati avevano proposto di modificare il trattato di Maastricht con un sesto criterio, quello di un livello occupazionale legato al tasso di disoccupazione del paese in questo senso più virtuoso, rimasero inascoltati. Le proposte del Libro Bianco di Jacques Delors sono rimaste un libro in bianco....
Il problema di conciliare il raggiungimento del 3% tra la crescita del Pil e il disavanzo pubblico con la riduzione della disoccupazione si è riproposto nello scontro che ha visto contrapposti Kohl e Jospin. Alla fine, sulla necessità di compiere degli sforzi per ridurre la disoccupazione, sono prevalse le priorità fissate dal patto di stabilità monetaria. Intanto la quasi-deflazione, che è stata provocata in diversi paesi dalle politiche adottate per riempire i criteri del trattato di Maastricht, sta causando un abbassamento degli investimenti e un conseguente aumento della disoccupazione. Ancora passi indietro...
Il trattato di Amsterdam, sui temi dell'occupazione, non solo nega stanziamenti di fondi per l'occupazione ma è giuridicamente irrilevante: è vincolante solo moralmente. La competenza politica per attenuare il problema è sostanzialmente rimessa alla buona volontà degli stati nazionali.
Va riconosciuto che anche l'Italia, intesa come sistema paese, ha le sue colpe nel non approfittare di opportunità a portata di mano per creare occupazione. L'impiego dei fondi Ue potrebbe rappresentare - ragionando in termini keynesiani - un efficace moltiplicatore degli investimenti. Non siamo in grado di spendere le ingenti somme che provengono da Bruxelles per lo sviluppo del Mezzogiorno. Cifre elevatissime - 30.000 miliardi (circa mezza Finanziaria '96) - rimangono congelate. Si porrà, alla scadenza del quinquennio 94-99, il problema della rinegoziazione della stessa somma. Se non siamo stati capaci di spendere tutti i soldi di cui avremmo potuto e dovuto beneficiare, in che modo possiamo chiederne altri?
La pubblica amministrazione è infatti incapace a spendere perché composta da persone tecnicamente incapaci. Sono questi i frutti della politica clientelare del pentapartito. La maggior parte dei funzionari degli enti locali non sa preparare un progetto conforme ai criteri comunitari. Nel migliore dei casi, alcuni funzionari potrebbero frequentare corsi di riqualificazione professionale, sempre nell'ambito del principio della formazione continua.
Si rifletta sul caso-limite della regione Campania che ha speso lo 0,17% dei fondi disponibili lasciando giacere inutilizzati 3000 miliardi. Considerata la percentuale della disoccupazione, soprattutto giovanile, di questa regione, l'incapacità di spesa degli enti locali si presenta come una colpa ancor più grave perché responsabile della permanenza di un problema che coinvolge quasi la metà della popolazione giovanile.
Anche a causa di questo problema, la percezione di un'Europa come fattore di sviluppo e di benessere fatica a farsi strada.
Rimane così solo l'immagine di un'Europa vampiresca che obbliga ai sacrifici per ottemperare ai criteri di Maastricht - quella stessa Europa che, per intenderci, suscita il livore del pensionato Torquato.
In quale senso potrebbero invece indirizzarsi i finanziamenti Ue per risollevare l'economia del nostro paese? L'eco-sostenibilità deve essere una conditio sine qua non. Il settore del turismo andrebbe potenziato. L'Unesco ha individuato in Italia il 70 per cento del patrimonio artistico mondiale. Bisogna mettere in risalto il nostro patrimonio archeologico e tutelare di più l'ambiente. Arte e ambiente potrebbero significare una sinergia vincente.
Per quello che riguarda le nuove tecnologie è vero che spesso le responsabili della disoccupazione sono loro. Talvolta, però, le nuove tecnologie possono essere anche un'occasione di nuovi posti di lavoro come ha dimostrato il caso del Minitel che, in Francia, ha costituito una nuova, rilevante fonte di occupazione.
Sarebbe inoltre desiderabile - e come federalisti europei lo andiamo ripetendo da tempo - la costituzione di un vero e proprio governo europeo scelto dai cittadini, eletto da un parlamento europeo che sia davvero espressione del principio di sovranità popolare.
Al di là della forza ideale di questa proposta, nella creazione di un governo europeo ci potrebbero infatti essere degli effetti benefici sul lavoro. Innanzitutto, si elaborerebbe una politica fiscale omogenea a tutti i paesi membri. Essendo la politica fiscale un mezzo di concorrenza, decisivo per attirare gli investimenti, risulta attualmente agevole per l'Inghilterra impostare una politica fiscale finalizzata ad ottenere l'effetto dumping a scapito delle altre nazioni europee. Tale vantaggio competitivo verrebbe meno. Nel nostro paese, al contrario, diminuirebbe il peso della politica fiscale, si abbasserebbero i costi del lavoro e si incentiverebbe la crescita dell'occupazione.
In questo scenario, sarebbe forse più facile immaginare forme di maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, pur senza eguagliare gli eccessi nord-americani.
Il vecchio, simpatico slogan sessantottino lavorare meno lavorare tutti, ha trovato applicazione in Germania, proprio alla Volkswagen. In effetti forme di lavoro part-time sembrano essere, in certi settori, l'unica contromisura in grado di porre rimedio all'elevata produttività garantita da tecnologie sempre più efficienti e non più dall'impiego di una massiccia manodopera. I tempi di lavoro dell'Ottocento narrati nel fumetto Ken Parker sono passati.
Pur nello sforzo di sciogliere i gangli che riguardano le questioni del lavoro e della formazione in Europa, lo slancio dei federalisti europei non finisce qui. Un motto dei federalisti recita unire l'Europa per unire il mondo. E la nostra associazione è affiliata al World Federalist Movement guidato dal protagonista del film "Il dottor Zivago", l'attore Peter Houstinoff. Formazione e lavoro sono temi che riguardano anche il benessere di persone che vivono molto lontane dal Vecchio Continente. Il nocciolo del problema dell'economia mondiale è il divario tra il Nord e il Sud del globo. Soprattutto per quello che riguarda il lavoro. Sempre nella prospettiva della globalizzazione dell'economia, bisogna domandarci come attenuare fino ad eliminare progressivamente tale divario. A cominciare dal modo di commerciare tra Nord e Sud.
Una proposta apprezzabile viene avanzata dalla commissaria Ue per i diritti dell'uomo, Emma Bonino: apporre un certificato di garanzia ai prodotti importati dai paesi in via di sviluppo - dal Sud-Est asiatico in particolare - che attesti la conformità ai criteri di produzione delineati dalle Convenzioni organizzate dall'organizzazione mondiale del lavoro (Oit, "ramo" dell'Onu). Sarebbe ora che lo sfruttamento minorile e la costante violazione di elementari diritti sindacali non siano più parte essenziale dei sistemi di produzione stile Pakistan. Tale certificato, in assenza del quale sarebbe vietato l'export verso l'Unione Europea, servirebbe a scoraggiare l'impiego di manodopera minorile e a tutelare di più i lavoratori. E' evidente che il vero valore aggiunto di questi paesi, che stanno infatti progredendo tanto da essere soprannominati "tigri asiatiche", è rappresentato proprio dal bassissimo costo della forza-lavoro che significa sfruttamento dei minori e settimane da 70 ore lavorative. Questo è il loro unico vantaggio comparato, il loro fondamentale mezzo di concorrenza con il Nord del mondo. Ma il problema va risolto incoraggiando un altro tipo di progresso per questi paesi.
Ad esempio, negli anni '70, il movimento dei paesi cosiddetti non allineati (non allineati rispetto ai due blocchi allora contrapposti) di Nehru, Tito e Nasser propose che una parte piccolissima del bilancio governativo dei paesi Ocse fosse destinata per un certo, limitato numero di anni alla cooperazione con i paesi in via dei sviluppo (lo 0,7%). Per una serie di responsabilità storiche, mi sembra un provvedimento di politica economica internazionale che, senza stravolgere gli equilibri dei paesi industrializzati, possa garantire uno sviluppo dignitoso ai paesi in questione, peraltro quasi sempre ex-colonie. Ma questa richiesta è rimasta inesaudita. Tale richiesta rimarrebbe valida purché la cooperazione allo sviluppo sia veramente cooperazione. Purtroppo, negli anni '80, almeno nel nostro paese, cooperazione allo sviluppo e diritto penale sono diventati quasi sinonimi... Speriamo che Peter Houstinoff possa invertire questa tendenza...
[home page]
|